Bellrays + Do Me Bad Things + Sluts Of Trust @ The Garage, Londra (UK) 08/11/03

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Il mio amico Gianni dice che era parecchio che sentiva il bisogno di una botta di puro e santo rock n’ roll. L’ho visto gustare una birra a stomaco vuoto ed appoggiarsi pigro sulla barriera di ferro mentre nel breve volgere di 30 secondi tutti gli 8 componenti dei Do Me Bad Things prendevano il palco. Lo lasciavano solo 40 minuti piu’ tardi ancora vibrante e contuso dai tacchi a spillo delle coriste e l’alcool a fiumi gettato come un rito propiziatorio dal capellone col chiodo alla nostra sinistra.

A Gianni ho risposto che, in fin dei conti, a Londra ci si viene anche per questo e non c’e’ da meravigliarsi tanto se il tipo che ti sta spalla a spalla continua a parlarti in cockney ignorando la tua espressione persa e dubbiosa ed insistendo imperterrito sul fatto che lui il Gin Tonic lo preferisce ghiacchiato ma in queste occasioni va bene anche un Martini tiepido..
Dicevo dei Do Me Bad Things: non li conoscevo e le notizie che posso mettere insieme non dicono molto piu’ delle mie impressioni. Il loro e’ un punk sofisticato (o un rock-jazz sempliciotto) che va da The Committments ai Motörhead passando per gli Entombed ultima maniera.
Le coriste abbigliate da gangsta chicks fanno da contraltare ad un ragazzone biondo le cui sembianze vocali e fisiche ricordano molto da vicino (ma non troppo) un Siffredi parecchio noto da queste parti. Le ragazze di agitano e scuotono una platea ancora poco gremita e preparano il terreno alla venuta di una specie di folletto magrolino che fa dell’esasperazione motoria il suo stile e l’assoluta mancanza di capacita’ vocali la sua firma. Il resto e’ semplicememte grandioso. Tolti questi due individui infatti la band si dimostra impeccabile sotto ogni punto di vista e sembra lasciar crescere le vibrazioni d’intensita con lo scorrere del tempo. Intanto mi volto e vedo che con il pathos e’ andata via via rimpiendosi la sala. Troppo tardi. Tempo per un ultimo gospel/grind ed e’ gia’ il momento degli Sluts Of Trust.
Il duo ha appena firmato per la Chemikal Records (Arab Strap, Delgados, Aerogramme…) e fa della provocazione non solo visiva la sua carta vincente. Musicalmente ci sono tutti i limiti di un gruppo chitarra e batteria con in meno la fantasia sciolta di un complesso senza troppi schemi ritmici, ma il problema e’ proprio l’originalita’ – dopo qualche minuto trovo piu’ frizzante l’aria di Highbury e mi congedo temporaneamente per prendere una boccata di aria e birra immerso nell’atmosfera tranquilla e viva del vicino stadio dell’Arsenal… Bellrays-741732

E’ ora di tornare e constatare che i Bellrays sono davvero fuori dal tempo. Sono una mistura di punk e hardcore traviata dal tempo e dalla rabbia che a volte ricorda i Fugazi meno progressivi e piu’ diretti o, addirittura, lasciano che la memoria corra ai Dead Kennedys e ai D.R.I.
Tutto tranquillo insomma. Se non fosse che la voce di Lisa Kekaula e’ un’ugola strappata alla Motown ed alla memoria di dischi rigati e polverosi consumati dall’eta’ e dal passaggio della storia. Sembra di vederla cantare nel suo vestito da sera nero negli anfratti di mezzo sud degli Stati Uniti mentre l’orchestrina gorgheggia sommessa uno swing. Ora c’e’ la violenza strutturata e devastante di Bob Vennum e Tony Fate a rovesciare la musicalita’ della voce di Lisa e a determinarne, se mai ce ne fosse bisogno, l’unicita’ armonica. Il repertorio live spazia dal primo, splendido, Let It Blast all’ultimo, non troppo convincente, Red, White & Black. C’e’ James Brown, gli Stooges e gli MC5 alle spalle del quartetto e, credetemi, la cover di My Baby Don’t Care For Me fa venire i brividi a piu’ di un centinaio di astanti. Ma e’ solo un attimo: si ricomincia con Crazy Water, Blue, Blue, Blue e Blues For Godzilla che disintegrano in un attimo la quiete cerebrale nella sala.
Inutile: d’istinto torno a parlare della voce di Lisa. Un cataclisma ondulatorio che vibra sulle note alte con la stessa facilita’ con la quale scuote quelle basse e calde.
La sala ora e’ piena, la sensualita’ della musica sembra ingigantita non solo dai decibel ma anche dalla fisicita’ elegante e spontanea del combo.
La performance si chiude con gli immancabili bis di Changing Colors e Noise Fragment.
Il mio amico Gianni e’ vicino a me eppure mi sembra di averlo perso. Mi ripete che era tempo che aveva voglia di puro e santo rock n’ roll. Io lo vedo frastornato e stanco come dopo una sveglia imprevista. Continua a ripetermi che era parecchio che aveva voglia di puro e santo rock n’ roll mentre la mia testa ripete il movimento di assenso che oramai lui non vede piu. Lo perdo dietro al tipo della birra che non vuole proprio saperne di lasciarlo andare.

Alex Franquelli
08/11/03

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