Paradise Lost – Faith Divides Us – Death Unites Us

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Paradise4Ci sono casi in cui la maturazione artistica si compie tornando al proprio picco creativo. Un artista inizia la sua carriera ispirato (“Gothic”), prosegue migliorandosi (“Draconian Times”), cresce decadendo (“Host”) e risorge maturando (“In requiem”).
Faith Divides Us – Death Unites Us” è il trionfo della moderazione, del giusto bilanciamento tra tutto ciò che è stato e quello che avrebbe potuto essere, è il tributo essenziale non ai tempi che furono ma alla band che è oggi.

La differenza è sostanzialmente formale e si riflette in un sistema di arrangiamenti del tutto nuovo in cui il perno del singolo brano non è più il refrain, il ritornello, ma il climax che porta allo stesso. Manca dunque quella chiave pop che aveva distratto la band di Halifax facendoli allontanare dal metal pure e semplice, che aveva spinto l’ispirazione più verso i Depeche Mode che nei territori familiari dei Black Sabbath. Non che questo fosse un male di per sé ma esperimenti come “One Second” e “Host” si erano limitati a riassumere spunti electro più che a elaborare la matassa creativa capitata loro per le mani.
Faith Divides Us – Death Unites Us” manca di un nucleo compositivo, della sintesi che si ponga a manifesto dell’album e questo fa sì che risulti un lavoro apparentemente ostico, fuori fuoco essendo paradossalmente tutt’altro.

È l’album in cui in cui Nick Holmes esprime al meglio la sua vocalità, dove la sua impronta non si limita a ribadire le soluzioni melodiche ma le stabilisce, le instaura (“I Remain”, “Last Regret”) contribuendo a rendere ancor più dinamico di evoluzione di ritorno al passato.
Quello che sorprende (in positivo o in negativo, dipende) è il suono della chitarra di Greg Mackintosh: da sempre vero e proprio ago della bilancia dello status musicale dei Paradise Lost. I suoni che echeggiano nei 10 brani dell’album pagano qualche pegno al metalcore di seconda generazione. Riff come quello di “I Remain” hanno il sapore dei Machine Head di “The Burning Red”, gli armonici, l’incedere di “Living With Scars” è quanto di più americano una band del West Yorkshire possa mai concepire, le progressioni di “Frailty” si fermano sulla soglia di un simil-black metal ripulito e reso innocuo da un contesto melodico potente quanto cristallino.
Un album completo, non eccelso ma felicemente malinconico, crudo e a tratti violento. Un lavoro che non porterà nuovi fan ma riuscirà nell’intento di dimostrare che i Paradise Lost cambiano per restare uguali, evolvono tornando indietro. “Tear me down or break me , I remain” .

Alex Franquelli
06/10/2009

 

 

  • #1 written by romilar
    about 11 months ago

    ecco, bravo! e personalmente non l’ho trovato ostico, neanche al primo ascolto, forse due-tre pezzi un pò meno riusciti nella seconda parte del disco ma sinceramente non mi aspettavo mi potessero interessare ancora (per quel poco che conosco)

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