Necks, the – Silverwater

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Se c'è una cosa che non riesce bene ai The Necks è misurare le proprie percezioni, rendere complesse delle astrazioni di per sè meravigliosamente semplici al solo fine di adeguare la propria arte al contesto, all'imbuto della forma-canzone, alla tragedia (nell'accezione greca) da popolino e le sue mille diramazioni massificate.

“Silverwater” è il trionfo dell'improvvisazione come e forse in maniera più accentuata che sul precedente “Chemist”. Da quest'ultimo infatti prende le mosse per sviluppare una consistenza se possibile ancora più diluita tra le ritmiche di un piano intrappolato nelle trame minimaliste, le evasioni jazz e i canoni classici. 
Il basso stavolta segue i tracciati di un tessuto liquido, quasi inesistente che si abbandona ad una ripetizione creativa, ad un loop (o milioni di essi) che si prende il proprio tempo: nasce, cresce, matura e muore nell'arco vitale di un ciclo mai uguale a se stesso.

Il vero protagonista dell'album è comunque la percussione di Tony Buck (uno dei migliori batteristi del pianeta) a cui è affidato lo scheletro dinamico dell'album. La melodia è perennemente dietro l'angolo ma non riesce a trovare spazio in maniera decisa e definita tra l'epidermide strutturale e il contenuto armonico di ambiti celebrativi di un flusso di coscienza antiestetico e per questo affascinante, subdolo, maniacale, libero.

Il trio australiano dà il meglio di sè dal vivo e in questo senso il live album “Townsville” del 2007 è un'istantanea e perciò è e resta apparato monodimensionale, impressione estetica a cui manca la profondità e il feeling tipico dello stage, il pensiero che si fa empirismo nell'attimo in cui l'idea diviene musica. In questo senso dovrebbe essere proibito ai The Necks di registrare album in studio in quanto il suono e il dinamismo che ne deriva risultano giocoforza essere astrazione dell'astrazione e dunque bieco realismo estetico fine a se stesso. E' comunque vero che “Silverwater” (una singola traccia di poco sotto i 70 minuti) è magia e ribellione, nichilismo musicale privo della violenta nemesi zorniana ma non per questo meno efficace. E' la goccia cinese contro il machete.

Il risultato è un ambient quasi completamente organico (il ricorso all'elettronica, quando c'è, è puramente cosmetico), una stesura intricata di organi, piano, gong, hammond, batteria, basso, una flebile chitarra e un anklung indonesiano al servizio dell'improvvisazione. E' lecito parlare di jazz purchè lo si intenda più come un mezzo rappresentativo che come il fine stesso dell'impianto artistico.

“Silverwater” è l'ennesimo passo in avanti in un territorio sempre più distante dai generi convenzionali ed è l'espressione viva e potente del taglio netto con la dottrina musicale fine a se stessa. Verrà il momento in cui il trio di Sydney dovrà fermarsi non trovando più un pensiero ispirato ma quel giorno sembra ancora lontano e remoto nel futuro. Il presente è già storia e il passato è un ricordo sfocato e tremulo da fermare nella mente piegandolo all'improvvisazione.

Alex Franquelli
13/01/2010

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