Deadbeat – Something Borrowed, Something Blue

fonte: musicboom.it deadbeat-e28093-something-borrowed-something-blue

La rinascita dei suoni

Tra due suoni passa una sola retta. Non c’e’ matematica che tenga e non ci sono sperimentazioni che ne possano mutare il processo motorio, ne’ e’ possibile per alcuno cambiare la logica della musica.

I Deadbeat giocano con le rette quasi sfidandoci ad attendere il prossimo suono ed illudendo l’ascoltatore che quello che ha di fronte (intorno, sotto, sopra, dentro) altro non e’ se non l’illusione della matematica, del respiro anaerobico del tempo su di un pentagramma che non esiste, che non vive, ma che si “anima” al movimento rotatorio del supporto fonografico contro la luce del laser, in un senso armonico meccanico: come la musica.
Scott Monteith ha concepito questo lavoro nella sua interezza, ne sono sicuro.
E’ impossibile scindere un capitolo dall’altro così come e’ improbabile poter estrarre un tassello dall’artificio creato ad immagine e somiglianza di un pensiero meccanico come Head Over Heels e le sue armonie geometricamente perfette, fredde ma non per questo meno coinvolgenti sotto il profilo rumoroso-sinfonico.

In poche parole i Deadbeat riempiono quello spazio che intercorre tra i Massive Attack e i Pan Sonic; laddove questi ultimi hanno estremizzato la musica rendendola spoglia e regalandole purezza ad uso e consumo delle sensazioni più che dei sentimenti di chi ascolta o, per meglio dire, subisce.

Forse e’ proprio per rifarsi a questo suono sferico, spaziale, vuoto che il groove minimale di Requiem cresce dal nulla fino all’avvento di un basso che ne scandisce i tempi, riveste l’armonia accentuandone l’essenza in un climax che non porta da nessuna parte se non di nuovo al principio, rivolgendo il procedimento al suo stesso inizio per lasciarlo svanire nel silenzio siderale del rumore bianco.

Il discorso viene ripreso con Steady As A Rock, in cui il basso torna ad echeggiare da fuori, a scoprirsi piano per sorprendere di nuovo di ritorno dalla sua assenza sonora passata del tutto inascoltata tanto e’ il groove che scaturisce dai ruderi di un synth -  quasi dub -  che sprofonda nel suo stesso riverbero i picchi alti e bassi delle tonalità che esprime.

Something Borrowed, Something Blue piu’ che un disco e’ una piccola vittoria. Riprendere la purezza del suono regalandole semplicità e’ il dono più bello che si possa fare alla musica; specie se la si lascia fluire e si fluttua in tutto cio’ che ci regala.

Alex Franquelli
04/05/04

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