Devine, Kevin – Brother’s Blood

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C’era una volta un periodo in cui la parola ‘emo’ non era prontamente associabile al deliquio culturale che, ciclico, si abbatte sulle generazioni di adolescenti da quando Caino fece i conti con gli scompensi ormonali della sua pubertà.
Un mio amico era ‘emo’ perché ascoltava i Get Up Kids ed era una persona più o meno normale. Io non ero emo ma amavo i Far e i primi Karate senza pudore alcuno e privo di molti sensi di colpa.

Kevin Devine fa parte della mia generazione e nel corso della sua carriera ha preferito le sonorità tipiche di un indie leggero e senza nemesi sonore accompagnato da chitarre sempre accordate e batterie poco invadenti. Non gliene faccio una colpa e non scopro certo io che questo “Brother’s Blood” e’ un gioiellino ripieno di accordi in maggiore, sentimenti travagliati e tanta, troppa buona volontà.
Sarebbe bastata meno cura, una minore attenzione al dettaglio e meno pulizia sonora per rendere interessante un album che, seppur gradevole, e’ scritto seguendo le trame di un rock scolastico tipicamente americano. Ci sono brani struggenti come la title-track, un simil-jazz ottimista come in “Murphy’s Song” e gli spunti pienamente weezeriani di “Carnival” a tradurre in musica testi curati, ricercati ma nonostante ciò sempre sull’orlo del banale.

Kevin Devine e’ un bel ragazzo e questo non gioca di certo a suo favore ma vaglielo a spiegare alle orde di ragazzine che hanno seguito i suoi ultimi tour, alle discrete folle di americani con la felpa dell’università e i sandali ai piedi. Si parlava di vecchio emo e a ragione sebbene “Brother’s Blood” non cerchi l’angst ad ogni costo e rivendichi la sacrosanta voglia d’innamorarsi di qualsiasi cosa gli capiti a tiro. Devine era il frontman dei poco noti Miracle Of 86 e da quelle sonorità ha tirato fuori i capisaldi su cui e’ costruito questo ed i precedenti 4 album.
Arrangiamenti scuola-Dashboard Confessional, temi malinconici, approcci intimisti e negazione del rumore chiudono un cerchio perfetto che non manca di episodi gradevoli ma che stenta a trovare una propria personalità altra da quella di un onesto cantautore di città travestito da sfortunato trovatore di provincia.

Alex Franquelli
15/02/2010

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