DJ/Rupture & Matt Shadetek – Solar Life Raft

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La fotografia è immensa. Per vederla tutta occorre fare qualche passo indietro e iniziare a degustarne i colori dal centro.
E’ un’istantanea che sembra non avere confini. O meglio: limiti ce ne sono ma risiedono nella capacita dell’ascoltatore di decifrare i colori che riesce a sentire. Il dub sconfina nel reggae passando attraverso i territori della world music più pura, decontaminata dal pop, fuori dalle meccaniche di autocompiacimento, esente dalle celebrazioni mediatiche e riflessi globalizzanti.
DJ /rupture e Matt Shadetek sono due anime musicali della New York di fine e inizio millennio. Insieme hanno fondato la Dutty Artz Records e trovano il loro ambito nell’humus dinamico e dinamizzante della metropoli americana, nel tessuto multietnico di cui è anche inutile accennare.

“Solar Life Raft” è tensione creativa, totale anarchia modale e un continuo riferimento alle geometrie pulsanti del dub, della sua attuazione attraverso i metodi ora suadenti del lounge, ora mediante l’eleganza sensuale di campionamenti che concedono ben poco all’estetica fine a se stessa e molto (tutto) al brano di cui sono parte integrante.
Il rischio di fare confusione, di aggiungere troppe spezie all’impasto è sempre in agguato ma d’altronde, si sa, la creazione ha bisogno del caos e il duo americano pone le sue basi su di un impianto realmente e volutamente confuso, anarchicamente perfetto e orgogliosamente ‘diverso’.

La città è presente nella sua dimensione gentile, profonda e subordinata alle radici degli uomini che la abitano. Non è un caso se musicisti cult comeJahdan Blakkamoore (proveniente dall’etichetta del duo) fanno capolino tra le tracce e se metà della tradizione dub di New York è presente su questo album.
C’è l’ottimismo amaro della poesia di Elizabeth Alexander che si interroga sulla parte della metropoli (o delle metropoli) che vive al di sotto della soglia di povertà in condizioni di un consumismo altrimenti sfrenato.
La retorica è dietro l’angolo ma anche la bontà di scelte artistiche come la trascinante (quasi glitch) “Bebey” o la dolce violenza tribale di “More Pets”.
Viene in mente tutto un mondo che si fa fatica a contenerlo in poche parole e, se un merito , solo uno, lo si può ascrivere a questo album è quello di essere gioiosamente e prepotentemente confuso.

Alex Franquelli
08/04/2010
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