Ulver — Intervista a Krystoffer Rigg e Daniel O’Sullivan (Ulver)

Pubblicata da Ritual, Dec. 1, 2010

La giusta distanza ha il colore scuro del ricordo, delle memorie sfumate, delle sensazioni i cui suoni restano sospesi a mezz’aria tra un presente mutevole e un passato sempre più lontano e statico, uguale a se stesso e per questo rassicurante. “Gli Ulver sono una creatura in divenire”, esordisce Daniel O’Sullivan. E lo afferma in una delle tante occasioni in cui, nel corso dell’intervista, guarderà Krystoffer Rigg più per timore di dire troppo che di dire la cosa sbagliata. Daniel è entrato negli Ulver un anno fa fornendo lo slancio necessario al ritorno alla dimensione live superando ansie, paure e domande che avrebbero trovato risposta solo mettendo piede su di un palco. L’occasione è stato il Festival della Letteratura a Lillehammer il 30 Maggio 2009.

26 Ottobre 2010: lo studio alla periferia nord di Londra è in penombra, l’aria è calda e ha l’odore del fumo e del vino. Rosso. “Proprio ‘Blood Inside’ mi ha fatto conoscere la band. Li avevo sentiti nominare ma quando ho ascoltato quell’album e ‘Shadows Of The Sun’ non ho potuto resistere e li ho contattati per tentare una collaborazione. Da cosa nasce cosa e da lì ad unirmi a loro il passo è stato breve. Breve ma travagliato.” Cosa resti degli Ulver del passato, ora che un artista tipicamente legato all’avanguardia e alla musica contemporanea come O’Sullivan è pienamente coinvolto nella composizione del nuovo album, non è facile dirlo. Anche perché, come Krys spiega: “cerchiamo di suonare semplicemente quello che ci piacerebbe ascoltare facendo attenzione a non perdere il filo che innegabilmente lega tutti i nostri lavori. In questo siamo migliorati parecchio in quanto ora tendiamo ad interiorizzare; siamo una band che ha imparato a lavorare su se stessa, che conosce i propri limiti e che ora sta lavorando ad un album con una radice fortemente radicata nell’improvvisazione, nell’immediato, nel presente”.

La sensibilità jazz al servizio dell’estetica Ulveriana. Un connubio che doveva nascere prima o poi. “Forse”, ammette Krys, “ma ora come non mai sentiamo il peso innegabile del live, di uscircene con qualcosa che, alla resa dei conti, suoni come un caos ordinato i cui pezzi cadano esattamente al posto giusto. Ed è per questo motivo che ci stiamo avvalendo della collaborazione di musicisti tipicamente jazz che riescano ad incanalare l’idea di libertà espressiva che abbiamo in mente. Trovo il tipico concetto di rock band assolutamente noioso e prevedibile nella struttura e nella sua routine compositiva e stavolta avremo fatto un buon disco se saremo riusciti a catturare l’atmosfera tipica dell’improvvisazione in maniera credibile, onesta. So che risultiamo troppo “puliti” per un pubblico jazz e troppo diversi per il tipico ascoltatore rock, ma non abbiamo alcuna intenzione di uscire da questo limbo in cui ci siamo cacciati anche perché non sapremmo essere qualcosa di diverso.” In tutto questo incuriosisce però l’apporto della performance live: la consapevolezza che tutto ciò che finirà su disco dovrà per forza di cose trovare una propria dimensione dal vivo. Mi incuriosisce capire se ciò influenzi la composizione. La risposta sopraggiunge da Daniel e forse non avrebbe potuto essere altrimenti. “Sarei un ipocrita se dicessi che ciò non ha alcuna importanza perché è innegabile che, al momento di tirare giù nuove idee, mi domando come suoneranno dinanzi ad un pubblico. Non che questo abbia un peso specifico sulle nostre scelte artistiche ma non posso dire che non sia importante.”

Le mie domande scivolano veloci e quella che sembrava un’intervista assume le sembianze di uno scambio di vedute sullo spazio, il tempo e il silenzio. Mi colpirono un giorno le parole di Rigg il quale definì quest’ultimo: “la musica del futuro”. La mia mente corse immediatamente alla celeberrima composizione ‘4’33‘ di John Cage; il silenzio stesso come musica, come trionfo del non-suono. Negli Ulver il silenzio è una fuga, una chimera. “Esattamente”, interviene ancora O’Sullivan. “Nel momento in cui la musica si ferma, resti in balia dei suoni, anche i più piccoli, dell’ambiente intorno a te, del tuo stesso corpo” “Mi viene in mente il paragone con la musica contemporanea e il minimalismo”, aggiunge Krys. “Il silenzio è l’apice della musica, è il picco della trasformazione sonora, è l’intervallo sospeso tra due suoni e la loro quiescenza. I compositori minimalisti cercano la nota perfetta ma sanno che non la raggiungeranno mai. Noi cerchiamo il silenzio ma siamo coscienti che siamo destinati ad essere sconfitti da esso”. Gli Ulver restano sospesi, indefinibili, sfuggenti. Eppure il suono che proviene dalla sala accanto invita ad una riflessione. È il suono di un percorso evolutivo che ha preso nuovo slancio assumendo nuove prospettive. “So di avere un curriculum che parla di molteplici influenze, molte volte in contrasto tra loro, ma in questa band voglio essere me stesso come non mai”. Il problema è capire chi sia davvero Daniel O’Sullivan. È la mente puramente progressive dei Miasma And The Carousel Of The Headless Horses o il fulcro pop dei Mothlite? È l’anima minimalista (Steve Reich e Lamonte Young su tutti) dei Guapo coi suoi mantra, le ripetizioni, i suoi climax vorticosi o lo spirito feroce di un Dumitrescu quando presta la sua arte ai Sunn O)))? E cosa entrerà del caos sonoro dei suoi Aethenor nelle tracce del nuovo album? “Tutto e niente. Non è una composizione che viene dal di fuori. Non entro in studio proponendo nuove cose ma lascio che sia lo studio stesso ad ispirarmi. Gli Aethenor, poi, sono stati il primo passo della collaborazione tra me e Krys, in quanto l’ho quasi costretto ad esibirsi con noi nel contesto di pura improvvisazione che portiamo avanti con Stephen O’Malley (Sunn O))), Burning Witch, Khanate...), Vincent De Roguin (Shora), Steve Noble e, appunto, Krys”. Dagli Ulver agli Aethenor, per tornare ai nuovi Ulver. Che album sarà? “È un album legato allo spazio, a dei posti specifici. Ogni brano sarà l’interpretazione sonora di un luogo senza alcun retaggio temporale, senza coordinate storiche precise. Musicalmente non sarà new age alla stregua di ‘Shadows Of The Sun’ che è, comunque, un album coerente, lineare. Questo nuovo lavoro avrà mille diramazioni pur non essendo “eccessivo” come ‘Blood Inside. Continuerà la ricerca di qualcosa di nuovo. Qualcosa che cerchiamo ma che abbiamo sempre, costantemente, paura di trovare.

Alex Franquelli
8 months, 3 weeks ago

blog comments powered by Disqus