Meglio non parlarne

Pubblicata da Peacereporter, Oct. 18, 2005 → vai all'originale

“Non m’interessa, non so molto di quella storia e forse anche se sapessi qualcosa non lo verrei a dire ad un giornalista”. A volte le parole sono inutili appendici di un’immagine graffiante come la voce del mio interlocutore. La sua barba è un omaggio alla libertà, spiega, e un inno alla diversità. “Le cicatrici che vedi sulle mie braccia sono la ‘pace israeliana’ e i suoi tank che spianavano la casa dei miei genitori. Di questo ti voglio parlare”. Una, due, cinque risposte diverse ma simili nei loro dinieghi affrettati, un dolore che giustifica un moto nero di pensieri che hanno tutti la stessa forma: la paura.

Parlare con gli alti rappresentanti della comunità islamica del Regno Unito è diventato l’hobby della stampa da queste parti. Le domande dirette ai commessi di cornershops, agli infermieri ed ai barbieri un po’ meno e me ne rendo conto quando la loro gentilezza diventa un deciso “No, thanks” educatamente gridato in faccia al dialogo multietnico. Portare a termine delle interviste con dei “no, grazie” puó voler dire che chi ha tentato ha pure miseramente fallito. Ma può non essere così. Se da una parte infatti solo due degli otto intervistati hanno scelto di rendere pubblico il loro pensiero, è pur vero che nelle non-risposte c’è la chiave per comprendere quanto le minacce a giornali e siti internet di matrice islamica abbiano diviso in due l’opinione pubblica britannico-musulmana.

Rashid ha il suo negozio a Marble Arch e mi accoglie col sorriso fin quando capisce che voglio fargli domande dirette, non di circostanza. “Vedi, le bombe hanno fatto male a noi come a ‘voi’ e la situazione è ben più complessa di quello che la stampa riesca a dire. Come musulmano britannico sono confuso, stordito e tra due fuochi che mi vogliono in silenzio, asservito ed allo stesso tempo mi chiamano a sé”. Gli chiedo se si riferisca a pressioni interne alla comunità e non mi risponde. Cambia discorso chiedendomi se mi divertirei sapendo che i miei vicini, nonché miei connazionali, hanno paura di me per via di qualcosa che detesti anche tu come loro. “L’odio lo vedi negli sguardi e mai nelle parole di chi ti sta accanto. Sono nato a Londra, amo la mia città e non farei del male ad anima viva ma da qualche tempo la sento meno mia, più distante”.

La conversazione termina quando gli ultimi clienti della sera portano via la sua attenzione e mi saluta chiedendomi di tornare tra qualche settimana. Una manciata di isolati più giù Abdul, il proprietario di un internet shop e musulmano nativo di Leeds, mi accoglie cordiale. Ricambio e gli domando quali siano state le reazioni all’interno della comunitá religiosa e praticante. “A tre giorni dal primo attacco più di 70 reati motivati dall’odio religioso erano stati perpetrati ai danni di miei correligionari, addirittura un tempio Sikh in Kent è stato dato alle fiamme. L’aggettivo ‘musulmano’ è ora sinonimo di ‘terrorista’, il resto della popolazione ci domanda se siamo ‘pro o contro’ e l’errore è già nel porsela, la questione”. Gli chiedo se qualche colpa la possa avere il governo e la sua risposta mi lascia perplesso: “Il Muslim Council of Britain (l’organismo più autorevole della comunità musulmana del Paese) aveva chiesto alle alte cariche del Governo di tenere segreti i sospetti che a perpetrare gli attentati fossero stati dei terroristi di matrice islamica ma essi non hanno seguito il consiglio e noi ci siamo ritrovati nell’occhio del ciclone. In seguito gruppi islamici di ogni tipo hanno condannato gli attentati e chiesto maggiore coesione e un aiuto concreto nella ricerca degli assassini, e posso assicurare che se questi sono stati catturati dopo soli pochi giorni, ciò è avvenuto solo grazie alla collaborazione dei fratelli musulmani con la giustizia.”

Gli domando quanta paura ci sia nel suo discorso. “Parecchia. I media continuano ad usare il termine ‘terrorismo islamico’ e non ne capiamo il motivo ma nessuno rende noti gesti come quelli dell’Hizb ut-Tahrir (un’organizzazione religiosa radicale di Luton) i cui rappresentanti hanno stampato e distribuito volantini per giorni chiedendo alla comunità islamica di collaborare e dichiarando ancora una volta che l’islam è contro la violenza nei confronti di civili indifesi”. Ricordo questo avvenimento ed obbietto dicendo che, comunque, la stessa organizzazione non ha mai esplicitamente condannato gli attentati ed ha avanzato dei dubbi che a perpetrare gli stessi fossero stati fondamentalisti islamici. “Forse, ma la Muslim Association of Britain ha apertamente preso le distanze dalle bombe del 7 e 21 luglio pur avendo, secondo i media, forti connessioni con Hamas. Non ti pare abbastanza?”.

Il timore a volte si nasconde anche nelle domande retoriche e così ne faccio una io: te la senti di condannare quello che è successo e di dire che la presunta ragione dei terroristi non giustifica il mezzo usato? “Il mio nome comparirá su quest’intervista?”, risponde lui. Certo ma non credo ti si potrebbe identificare facilmente, ribatto. “Grazie ma preferisco non rispondere lo stesso”. Lo sguardo si volge verso l’ingresso del negozio, la sua mano destra stringe la mia con la stessa gentilezza di quando sono arrivato e con la sinistra apre la piccola porta a vetri. “Ti ringrazio per essere venuto e spero che le cose cambino in fretta perché altrimenti qui non so come finisce. Che Allah ci prenda con sé. Tutti.”

Alex Franquelli
8 months, 3 weeks ago

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