Fear Factory — Archetype
Pubblicata da Kronic, April 20, 2004 → vai all'originale
I Fear Factory compiono il loro capolavoro. Non parlo certamente della musica bensì del coronamento artistico-logistico della loro parabola. Per anni ci hanno detto che le macchine stanno prendendo il nostro posto ed hanno descritto panorami da day-after obbedendo ad un’estetica, erroneamente attribuita a Philip K. Dick ma piu’verosimilmente accostabile ad un sentire da post-guerra fredda nuclearizzato ed elettrico, razionale e futuribile come la paura che ne deriva.
Oggi troviamo una band tornata dallo scioglimento tale e quale a prima che esso avvenisse e la scopriamo priva della pesante presenza di quella che credevamo fosse la “mente” della band: un Dino Cazares perso dietro una sana passione per il porno ed i suoi titillamenti goduriosi. Il capolavoro è proprio nel fatto che, tolto il cervello, la macchina continua per la sua strada e lo fa come se niente fosse accaduto. L’operaio si è licenziato e la sua opera all’interno della fabbrica (toh, Factory !) è facilmente rimpiazzata da un collega che ne compie le stesse funzioni produttive. A parte ciò “Archetype” è un bel lavoro. Non è cambiato assolutamente nulla da quel tomo epico che fu “Demanufacture”; la violenza è ancora controllata dai battiti pulsanti di una batteria che ha ben poco di umano, il cantato, abilmente filtrato, narra di cataclismi e della rassegnazione umana, mentre la chitarra fa a pezzi il pentagramma aprendosi all’improvviso con accordi pieni in uno stile che il mondo riconosce come il loro e il loro solamente.
Basterebbe l’opener “Slave Labor” a far capire che il soffio della vita meccanica ha pervaso di nuovo il circuito, la rabbia fluisce esaltata da un’anima elettronica che rende ogni presunta metamorfosi vana e cupa…i Fear Factory tornano alla grande e consci delle loro reali possibilità. L’energia non resta per tutto l’album ma conosce picchi di positività che, comunque, non colpiscono per originalità o inventiva.
Citare i brani uno ad uno è impresa inutile in quanto sono dotati di quello spirito rassicurante che pervade tutto ciò che conosciamo pur senza aver mai sentito. L’innesto dell’ex Strapping Young Lad Byron Stroud non apporta alcun cambiamento e tutto fila via a meraviglia tra un richiamo al passato e quell’occhio sempre puntato ad un futuro che oramai ha ben poco a che vedere con una spinta innovativa. Sembra infatti che il sound abbia arrestato la sua evoluzione qualche anno fa con “Obsolete” pur contribuendo a lanciare quella strana piega dell’heavy, andata poi sotto la definizione di nu-metal, la quale ha conosciuto la propria fine nel periodo di suo massimo splendore.
Non resta che prendere atto di una nuova (l’ennesima) ottima uscita della band di Burton C. Bell ed attendere la prossima opera della Fabbrica senza troppe ansie ma con la certezza del fatto che l’anima della macchina continua a vivere il suo ciclo incurante del tempo e dello spazio.
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago