Barlow, Andy — Back To Mine - The Voodoo Sessions

Pubblicata da Musicboom, Sept. 8, 2004

Verrebbe voglia di lasciar suonare questo CD tutti i giorni della settimana, ogni mattina a partire dal lunedí nell’occasione della crisi d’identitá che attanaglia ogni Essere sensato e coscienzioso. La scelta dei brani da aggiungere alla compilation è questa volta di Andy Barlow, mente e cuore dei Lamb. Sulle note di copertina fa riferimento ai criteri che hanno accompagnato la selezione e, in effetti, ha tutta l’aria di aver centrato l’obiettivo prepostosi. Se è vero che ha ristretto il campo delle possibili tracce da inserire nella compilation a quelle col groove piú ipnotico, lento e sensuale, é anche vero che ha optato per elementi di assoluta qualitá e spessore facendo ricorso all’artiglieria pesante (Nina Simone, Nitin Sawhney, Chris Thomas King, Hipoptimist) sebbene a fare la loro gagliarda figura siano gli African Headcharge con una Dinosaur’s Lament che potrebbe definire da sola lo spirito delle scelte di Barlow col suo incedere cadenzato e pericolosamente vicino alla magia del deserto africano.

Il diciottesimo capitolo della saga Back To Mine inizia comunque nel migliore dei modi: con lo splendido calore di Martina Topley-Bird, voce nera d’altri tempi e negli occhi il meglio della scena elettronica britannica avendo collaborato con Tricky su Maxinquaye ed avendo avuto l’apporto di David Holmes e Josh Homme (sí, pure lui. Anche qui) sul suo debutto solista. La poesia che traspare è delizia purissima al servizio di una traccia semplice e maledettamente bella. Si continua con quello che sembra essere il tema ricorrente del CD: un tributo all’Africa da cui tutto sembra partire e a cui tutto torna in un susseguirsi di emozioni che non stancano di sorprendere in un turbinio di flauti, percussioni e voci che affiorano dal Nulla per portarci in un mondo in cui la tecnologia è solamente il mezzo attraverso cui perdersi tra oasi (splendida a tal proposito Hoax di Drome) e sciamani come in Killer della combinazione The Bug, The Rootsman e He-Man. Una piccola perla è invece la conclusiva Nabintou Diakite, traccia che prende il nome dall’artista che la interpreta affidando la forza del brano alla sola voce e ad una grandisisma forza descrittiva.

Un grande raccolta che prosegue una tradizione di qualitá andando a pescare tra l’erotismo e la spontaneitá mantendendosi costantemente sul filo della ricerca e della passione per delle sonoritá alle quali tutti noi dobbiamo molto piú di quello che pensiamo.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

blog comments powered by Disqus