Savoldelli, Boris — Biocosmopolitan
Pubblicata da Ondarock, April 19, 2011 → vai all'originale
La vena ironica sottile, stesa su un piano armonico inclinato da pendenze ora jazz, ora spudoratamente urbane (nel senso più nero del termine), poi lievemente avanguardiste e poi, solo poi, semplicemente pop, è il marchio di fabbrica di uno dei migliori vocalist attualmente in circolazione nel Vecchio Continente. Boris Savoldelli non tradisce le attese, ad appena due anni dall'ottimo "Protoplasmic" - opera nella quale la fusione tra voce e musica continuava un percorso segnato dall'opera prima "Insanology" - e lo fa riscoprendo un'attitudine pop per un suono che resta comunque una sfida avvincente, un conglomerato sonoro in cui elementi contrastanti si fondono creando una sola, accattivante melodia. Il linguaggio alla fin fine semplice (pregio dei pregi!) di un artista simile, è frutto di un lessico le cui regole - se ce ne sono - sono parafrasi sottaciute, vaghi ricordi di una grammatica che appartiene e interessa ad altri. Non a lui.
Ritmiche totalmente affidate alla voce si alternano a ospiti d'eccezione, quali ad esempio l'ottimo Paolo Fresu ("Concrete Clima" e "Kerouac In New York City"), le cui digressioni fusion con tromba e flugelhorn regalano a "Biocosmopolitan" quella dimensione notturna con la quale Savoldelli sembra giocare grazie a un abile fraseggio - suo vero e proprio marchio di fabbrica - che si sviluppa a strati senza che uno di questi prevalga sull'altro. L'apporto di una leggenda come Jimmy Haslip nella title track ha, di contro, il potere di rubare la scena a una melodia vocale intessuta su trame blues e il cui dinamismo ricorda da vicino il debutto: quell'"Insanology" che aveva destato l'interesse di una certa critica che avrebbe poi fornito la spinta giusta a un ragazzo bresciano dall'aria innocua e l'ugola micidiale.
Se usciamo dall'ambito tecnico per un attimo, tra i pregi di Savoldelli c'è sicuramente quello di non prendersi troppo sul serio, di mettere piede in un'estetica surrealista, salvo poi saltare a piè pari in ambiti familiari a nomi come quello del Bobby McFerrin di "Hush", nel quale, a loro volta, le radici classiche si piegavano a un talento puro, folgorante, immediatamente riconoscibile. Savoldelli riparte da quelle coordinate per attuare e fare proprio un dinamismo esteticamente jazz ma quantitativamente "altro". "Altro" dal semplice canto a cappella, "altro" dalle semplici frenesie avanguardiste, "altro" dai canoni di una forma-canzone che su "Biocosmopolitan" non ha dimora e della quale, certamente, non si sente la mancanza.
Il contrasto tra melodia e sperimentazione rende l'album dell'uomo voice orchestra una perla rara in un ambito, quello dell'avanguardia, perennemente sbilanciato da una parte o dall'altra, ma che raramente riesce a stabilire un equilibrio su cui costruire ciò che per definizione "raggiunge prima degli altri". Viene da sorridere nell'ascoltare l'azzeccatissima cover di "Crosstown Traffic" di hendrixiana memoria. Viene da sorridere perché la musica, per come la vede Savoldelli, è un affare fortemente e inesorabilmente serio.
Alex Franquelli
8 months, 3 weeks ago