Poverty's No Crime — Chemical chaos
Pubblicata da Musicboom, March 19, 2004
É solo progressive metal. Di quello buono, di quello duro a morire come la vecchia abitudine che non vi lascia, come quel lato greve che non vi abbandona e di cui segretamente non potete fare a meno. Tagliando corto: nulla di nuovo. Tutto come prima: geometrie inalterate, fuoco di fila delle chitarre, maree sonore che si alzano a pelo dell’onda di una tastiera invasiva quanto eccessivamente accademica e innocua come un assolo dei Deep Purple: sentito e risentito ma Dio solo sa la gioia endemica nel viverlo di nuovo, nel trovare quel passaggio che mancava, quella mimica di un’emozione sotto le spoglie di un assolo e della sua intensità sempre troppo inespressa.
Forse non é l’opener Walk Into Nowhere a cambiare le carte in tavola e forse non é neanche l’epica strutturale di una Every Kind Of Life che cita i Kansas nella dolcezza di un riff che abbraccia un giro di basso e tastiera prima di esplodere facendo a gara con la voce, ora chiusa in un “obbligato” ritmico, ora ruota portante di un climax che precipita, ovvio (!), nella melodia del ritornello. Dunque e’ vero che tutto resta com’era in uno status di quiete nella tempesta musicale, di stasi espressiva ai limiti della noia. La voce di Volker Walsemann non esce mai dalle righe, non ricerca l’acuto d’effetto ed accompagna, quasi deus ex-machina, le piacevoli contorsioni logiche degli assi alla sezione ritmica ed é un bel sentire, un ascolto che scorre senza troppi scossoni di nuovo al ritornello e di nuovo al climax – ora brusca copia quasi “loopata” dell’originale che l’ha preceduto.
La magia termina qui: All Minds In One non si discosta da cose vissute anni prima da chi davvero scopriva il progressive metal andando di volta in volta un passo più in là lasciando che gente come Magellan e Shadow Gallery toccasse apici da cui non si é potuto che scendere (Elegy, Enchant) per planare in quell’America che ora ci si diverte a copiare senza ragione.
Come detto il CD termina qua trovando la sua fine cronologica una manciata di canzoni più giù tra il power metal e l’ennesismo riff teatrale delle tastiere a grattare il fondo, a vedere di ricordare qualcosa ancora di un periodo che non c’é più ma che resta comunque in piedi grazie ai suoi cloni e irriducibili artisti.
Left To Chance, Moving Target (no, niente a che vedere con i decaduti Royal Hunt: sarebbe scontato) e Do What You Feel ci regalano quello che vorremmo sentire, quello per cui ci siamo lasciati attrarre dai Poverty’s No Crime in un gioco perverso che non ha mai fine come con quell’amore che é morto da tempo lasciando dietro di sé schegge di memoria senza vita che non sono, per definizione stessa, vive.
Tutto questo per dire che ne potevamo fare a meno ma non abbiamo potuto resistere. E che Dio solo sa che dura sarebbe la vita senza il progressive (metal)…
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago