Incubus — A crow left out of murder
Pubblicata da Kronic, Feb. 12, 2004 → vai all'originale
Iniziamo dalla nota dolente: questo é un album stanco. Stanco perché anche in seguito a qualche ascolto risulta piatto, melodicamente fragile e limitato. Stanco perché si adagia sulle sonorità più pop e commerciali del predecessore. Stanco perché gli Incubus avranno anche trovato loro stessi ma quello che non va é che hanno smarrito la via che li rendeva unici per prendere posto nel teatrino di MTV.
Se l’intento era quello di rendere il sound più cupo e meno votato al movimento, al funk e ad una vena sarcastica allora possiamo definire “A Crow Left Out Of Murder” un lavoro pienamente riuscito e sensazionale. Peccato che togliere ciò agli Incubus equivalga a privare i Nine Inch Nails dell’elettronica e i Radiohead della malinconia e ciò che resta é un qualcosa di anonimo, mediocre: inutile. Forse é proprio per quel “qualcosa” che molti potranno apprezzare la svolta operata dal combo americano e qualcun altro faticherà a ritrovare in quest’ultimo lavoro la vivacità e la spontaneità che trasudavano lavori come il primo “Enjoy Incubus” ed il seguente “S.C.I.E.N.C.E.” Ok, si può parlare di maturazione, di un “sound frutto di una nuova identità e visione della vita” e roba simile. Si potrà dire che nel nuovo album c’é maggiore ricerca (di cosa ? ndr) e quindi é da prendere come un esperimento da parte della band e così via. Si può dire tutto: ciò che resta é un CD composto da brani che qualsiasi altra buona rock band americana avrebbe potuto partorire in un periodo di grazia: non esattamente quello che possono fare gli Incubus.
Il genio dei primi album é sparito per fare spazio ad un rock cadenzato, debole e scialbo, pieno solo di melodia buona lo spazio di una gita fuori porta la quale, se davvero ne avessi avuto voglia, avrei rallegrato con il sound di una band in fase ascendente e non, come in questo caso, con la pallida copia di una fine artistica. Di positivo c’é che “Megalomaniac” e la title-track sono lì per smentire quanto detto finora: hanno il piglio dei bei tempi pur senza ricalcarne lo slancio ironico e l’armonia divertita; ma poco importa. Il primo sbadiglio affiora con “Agoraphobia” e lì capisci che la festa é finita davvero. Si continua con “Talk Shows On Mute” e c’é ancora poco da stare allegri fino a “Priceless” e le sue geometrie impazzite ed appena dissonanti che conducono dritti a “Zee Deveel” che suona come nei bei tempi andati senza però catturarne l’atmosfera se non per pochi secondi.
Il resto é noia (vera) e divagazioni sul tema che poco aggiungono a quanto detto finora e che, anzi, non fanno che ribadire il giudizio mediamente negativo dato all’album. Da fan della prima ora del combo non nascondo una certa delusione per un’altra band che si dilegua per approdare al successo nella maniera meno indovinata possibile: perdendo di vista il suo talento e la classe cristallina per risvegliarsi nelle vesti dell’ennesima promessa non mantenuta. Di buono resta un album che di sicuro impareremo ad accettare e che alla fine scopriremo non essere poi così male perché la triste verità e’ che ci si abitua a tutto. E quando un album te lo propinano in rotazione continua finisci per affezionartici dimenticandone la sua pochezza e l’iniziale delusione. Non era questo che mi aspettavo ma va bene così: dopotutto siamo o non siamo la MTV Generation ? Vuol dire che ce lo siamo proprio meritati.
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago