Iron Maiden — Dance of death
Pubblicata da Musicboom, Jan. 6, 2004
Credevo di aver bisogno di tornare ai miei vent’anni, di riuscire a cadere con tutto me stesso nella loro musica per non parlarne che bene ed ignorare le piccole sbavature (non tecniche) dovute all’eccessiva confidenza e popolarità. Nulla di tutto questo. Ho 27 anni, ascolto di tutto e sono sempre alla ricerca di nuovi suoni per lo più non banali, eppure eccomi qua a lodare l’ultimo album degli Iron Maiden come se tornassi adolescente con le note di Wildest Dreams e la carica adrenalinica che ne deriva.
Bruce Dickinson è di nuovo tra noi e sembra avere tutte le intenzioni di riappropriarsi del ruolo di miglior singer heavy metal in attività che giustamente gli compete. Il disco sembra ripercorrere idealmente le tappe della carriera della band nel periodo che ha visto il singer portare avanti con orgoglio il proprio ruolo con la più disarmante ironia e senza prendersi mai troppo sul serio; dote questa parecchio rara in un ambito musicale condito da machismo e spiccata predisposizione per un superegotismo tanto stupido quanto immotivato. Il viaggio continua con l’epicità di Rainmaker ed il suo suono che rimanda al sottovalutato Somewhere In Time, dove lo Spazio contestualizzava suoni epici e drammatici sprizzanti solitudine ed abbandono.
No More Lies colpisce con la tipica cavalcata maideniana dove il caldo abbraccio del basso di Steve Harris avvolge e crea atmosfere epiche e fantasy come davvero pochi sanno fare. La title-track verte su di una concept song che ha dalla sua almeno un paio di riff corrosivi ed un incedere magico ed inesorabile come la Morte la cui danza mistica e funesta sembra farsi viva proprio grazie al racconto di Dickinson ed alla teatralità con cui narra di strani incontri e fervida paura. Si continua con brani che si fanno via via più lunghi (Paschendale, Face In The Sand) ma una menzione particolare la merita di sicuro la conclusiva Journeyman, dove i Maiden fanno un passo all’interno del progressive rock degli anni ’70 non trascurando di citare in modo più o meno velato i King Crimson e la loro regalità strutturale e di arrangiamento.
In complesso insomma un gradito ritorno di un nome che si temeva potesse soffocare vittima della sua stessa storia, ma che invece troviamo più vivo e combattivo che mai proprio nel momento in cui si torna ad un certo passato heavy e hard. Keep up the irons !
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago