Magnitude Nine — Decoding the soul
Pubblicata da Musicboom, March 16, 2004
Una nuova dimensione, un nuovo inizio per qualcosa che non é ancora finito e, spero, non smetterà mai di battere e vibrare. New Dimension esplode come un sogno epico e distante riportando il tutto ad un luogo immaginario perso in un immaginario sci-fi che accompagna l’intero svolgersi di questo splendido Decoding The Soul. É la terza uscita dei Magnitude Nine, una band che ha visto nel vocalist Corey Brown (ex Psycho Drama) ed il chitarrista Rob Johnson i fondatori di un progetto originariamente destinato a durare lo spazio di un full-lenght forse per rilanciare le quotazioni di Johnson un poco in ribasso dopo un periodo che lo aveva visto sfornare 3 ottimi album strumentali e collaborare con gente come Lars Eric Mattson (David Lee Roth) e nomi eccellenti del blues quali Jim O’ Neal e Roy Nathanson. Forse per gioco o per spietato calcolo, alla fine degli anni ’90 nasceva questa band che vedeva, oltre ai già citati Johnson e Brown l’apporto alle tastiere di Joseph Anastacio Glean, John Homan alla batteria e Kevin Crown (ex-Artension) al basso.
Tutto pronto per l’ennesimo super gruppo votato al commercio ed alle dolci acque del quieto ed onesto vivere ? Si: ma quello che ne uscì fu un Reality In Focus da molti visto come la perfetta sintesi di Fates Warning, Maiden e, perché no, Tesla. Nulla di originale ma tremendamente ben suonato e spontaneo da lasciar intendere che qualcosa di grandemente europeo stava nascendo in terra americana.
Al successivo, ancora una volta ottimo, Chaos To Control, fa seguito dunque questo Decoding The Soul e la cosa non può più sfuggire agli appassionati del genere. 45 minuti di richiami a Malmsteen (solo la parte più naturale e meno imbarazzante del simpatico svedese) e a tutto quel prog davvero tanto bistrattato ma duro a morire fanno di Decoding The Soul un souvenir del tempo, un pezzo di storia vivo e poco propenso all’autocompiacimento (vizio questo riconducibile ad un buon 70% delle bands del genere) ed allo sfoggio di talenti. Non é mai sopra le righe, non trasmette mai quel senso di noia tipico di un sound freddo e poco comunicativo, non sembra mai di avere a che fare con una band vittima di sé stessa e delle sue allucinazioni tecniche e, forse anche per questo motivo, risulta godibile anche a chi non gioisca per un 7/8 sincopato o una rullata mozzafiato. Dead In Their Tracks, To Find A Reason o Torn non saranno mai dei singoli da radio ma non possono non colpire per l’ottimo senso melodico e quella ingenuità creativa propria dell’artista forse poco furbo ma tendenzialmente più reale e vero.
In definitiva un ottimo lavoro per una band votata al successo sull’orma di un sound tipicamente old-fashioned ed europeo. E ancora una volta a copiarci é l’America.
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago