Dälek and Faust — Derbe Respect, Alder

Pubblicata da Musicboom, May 31, 2004

La montagna di rumore partorisce la migliore avanguardia. È sempre così: inserisci un CD quasi non pensandoci e di lì a poco ti ritrovi impelagato in qualcosa di più grande, positivo, instancabilmente diretto verso nuove sensazioni e sintomi non curabili di curiosità. Dälek sfida gli storici Faust sul campo dell’immagine sonora e quel che ne scaturisce è una release che sa di capolavoro dalla prima all’ultima nota di rumore.

La tensione drammatica dell’opener Imagine What We Started è tagliata dal beat sporco del combo del New Jersey che ne traduce il respiro in pesanti gesti sismici, soffocando il suono in un tepore industriale quasi grottesco. Ciò che ne deriva e lo spezzarsi di qualsiasi armonia ma al contempo c’è una creazione dal nulla giocando coi tempi e i temi melodici in un modo molto vicino a delle voglie infantili. La semplicità è infatti l’arma con cui le due entità tentano di abbattere la retorica della musica di massa, dei mondi rassicuranti entro le colonne d’Ercole del suono in cui si annida tutto ma proprio tutto quello che si avvolge su se stesso credendosi l’unico mondo possibile.

Questo CD tenta di vincere questa paura, di sfidare l’ipocrisia della paura di conoscere a colpi di lezioni avanguardiste, di un illbient (il fratellino malato dell’ “ambient”) cadenzato ed aperto ad una miriade di micro-sensazioni ognuna dentro l’altra e tutte all’interno dei singoli brani che le racchiudono. Ci vuole coraggio nel non voler sperimentare e ce ne vuole altrettanto per farlo, come in questo caso, nel modo migliore e più intelligente.

A tratti (Remnants, Dead Lies) c’è quasi il sentore di futurismo, di una ricerca che va oltre l’osmosi culturale moderna per sfociare in un suono che li ha tutti dentro, che non ha nulla di umano ma che riesce comunque a crescere aprendosi in una vocalità ossessiva ed ossessionante come quella di Will Brooks (MC Dälek) le cui rime (alcune estrapolate dal primo, favoloso From Filthy Tongue of Gods and Griots) si piegano al suono, alla scia sonica tracciata dal basso elettrico come nella grottescamente rockeggiante Collected Twilight o come nella meno accessibile Erratic Thoughts.

Più che un disco, insomma, un inno alla vita della musica stessa, uno sprone a rinascere lontano dal buio vuoto di ritmiche-tipo, sensazioni codificate da un pubblico mercato con una pubblica opinione che non è mai esistita veramente se non in emozioni dipinte su grafici a colonne, un’illusione che dura lo spazio di un inizio e di una fine di CD.

Verrebbe voglia di ascoltare questo Derbe Respect, Alder di continuo in un folle loop assassino per spostare l’attenzione verso la purezza della melodia e dell’empatia col tempo e il beat. Un pò per fare un piacere a noi stessi, un pò per rendere vano quello stupido, benedetto, assurdo grafico e le sue colonne.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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