Loscil — First narrows
Pubblicata da Musicboom, Sept. 22, 2004
Una musica ambient convenzionale, distintamente entro gli schemi programmatici dettati dall’elettronica tedesca (Kluster e Kraftwerk su tutti) una manciata di lustri fa. First Narrows è un disco che fa un ricorso pressoché nullo alla materia facendo riferimento ad una sensualitá dei suoni a tratti impalpabile, eterea. Come fosse il giorno dopo la fine del mondo.
Scott Morgan riesce a mettere insieme il suo disco piú bello (non me ne vogliano gli amanti di Submers o Triple Point ma in questo caso c’è un maggiore sforzo concettuale) al terzo tentativo proprio per il fatto di accostarsi alla musica strumentale, ai suoni sporadici di una chitarra sommersa (quella di Tim Loewen) come in Ema o in altre tracce sparse in cui si avvale di sprazzi di violoncello e di piano; entrambi rigorosamente impossibili da scorgere se non ad un ascolto ben piú attento o in una visione di insieme. La sensazione piú che l’ascolto.
Un album dedicato alle melodie subliminali, ad un ascolto indolore e cerebrale al cui contesto possiamo accostare altri grandi nomi dell’elettronica canadese (Polmo Polpo, Tim Hecker, Thomas Jirku…) ma che rappresenta comunque una piccola svolta nel genere. Interamente registrato con metodi lo-fi (vecchi sequencer, rumori reali, registrazioni su cassetta) è l’anello di congiunzione tra l’elettronica ed il suono strumentale, il controllo e la sensualitá dello strumento quasi inudito, leggero e vero come un pensiero veloce. La musica ritorna all’uomo.
First Narrows è interamente dedicato alla porta di Vancouver sull’Oceano Pacifico, alla vibrazione che parte dalla cittá per incontrare l’Infinito d i suoi colori fino a perdervisi. Dopo aver dedicato un album alle reazioni chimiche ed uno ai sommergibili, Loscil chiude la trilogia che vede sempre e comunque la liquiditá del suono riflettere lo sguardo dell’uomo. Mode, Brittle e Lucy Dub sono essenzialmente dei ritratti, dei movimenti che compongono una stessa struttura portante tesa e forte come il Lions Gate Bridge che si staglia sulla baia. Il suono e l’immagine del tempo dell’uomo.
La musica si chiude su Cloister: quanto detto finora diviene un insieme perfetto pieno dell’enfasi vitale di un violoncello (ora sí, lo si percepisce lento e inesorabile) in cui le dinamiche assumono un qualcosa di vagamente umano: un respiro, un risveglio, un trapasso. Sempre e comunque sotto gli occhi del Ponte e dell’uomo in una simbiosi ben supportata dall’energia positiva del vento e delle poesie che dal mare portano la nebbia e la fredda brezza del Pacifico del nord. Una città al confine con l’Infinito.
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago