Black Heart Procession + Solbakken — In The Fishtank Vol. 11

Published by Musicboom, June 5, 2004

Sarò un inguaribile romantico ma a me ogni nuovo disco dei Black Heart Procession fa sempre un certo effetto. Un gran bell’effetto. Sarà per quella voce sofferta, malata o per quel pianoforte sbilenco e grave ma è dall’epoca dei 3 Mile Pilot che non smetto di considerare Pall Jenkins (o Paolo Zappoli per i più aggiornati) l’anima leggera della scena indipendente mondiale più di un Lou Barlow o di un Geoffrey Farina che pure di storie ne hanno da raccontare.

Sembra ieri quando mi trovai dinanzi un CD di questa serie edito dalla Konkurrent e all’epoca restai di stucco ascoltando le evoluzioni dei Tortoise con The Ex, ignorando bellamente i precedenti capitoli della saga ma impallidendo dinanzi alle uscite seguenti che videro i June Of 44, i Low incrociarsi con i Dirty Three, i Sonic Youth amoreggiare ancora con The Ex e I.C.P. fino a giungere ai Motorpsycho e agli incredibili Jaga Jazzist. Ora siamo all’undicesima perla e le suggestioni non latitano di certo forse perchè a condurre le danze ci sono sì i Black Heart Procession ma è pur vero che il partner si chiama Solbakken e di questa band prog olandese ho sempre apprezzato la dinamicità del costrutto melodico, la perfetta coordinazione tra parti diverse legate l’un l’altra con un sottile filo di linearità concepibile solo a chi riesca a seguirli nel gioco assurdo delle loro fantasie.

Questo undicesimo volume, dicevamo, si apre dunque con Voiture En Rouge ed un tappeto di piano e batteria che insieme si avviluppano crescendo d’intensità ad ogni quartina fino a sfociare in un gioco di loop che si incrociano e danno vita ad una stasi melodica in cui la voce ricalca stilemi cari a Nick Cave portando con sè tutta l’animosità di un erotismo spinto agli estremi dalla lentezza, dall’infuocarsi dei giri di basso. Gli stessi che ora danno vita ad una Things Go On With Mistakes e più tardi (o prima, o dopo) si intessono tra le fila di una Nervous Persian contorta e tirata come nella miglior tradizione di un prog sporcato dal rock, dalle sue vicissitudini maledette ed estetiche, dal crescere di una follia vocale del tutto aderente al contesto meccanico-sinfonico di un tempo rallentato vizioso e poco illuminato da metafore o citazioni. È tutto un discendere sempre più in basso per risalire solo con A Taste Of You And Me in cui, forse, c’è l’impronta più forte dei Solbakken i quali, loro malgrado, si trovano schiacciati tra le grinfie depresse dei Black Heart Procession subendone il carisma quasi annullandosi al loro cospetto.

Il gioco è chiaro: 2 bands si chiudono in una sala prove ed hanno 3 giorni per partorire qualcosa d’ingegnoso. Ai Solbakken sarebbe servito forse un mese per tirare fuori qualcosa di più di 4 minuti scarsi di pure sonorità progressive ma ciò che conta risiede in quello che non hanno detto, che non hanno avuto il tempo di dire perchè hanno lasciato che a parlare fossero le geometrie moleste di Pall Jenkins, le sue armonie segrete ed i rifugi intimi entro cui lasciar scorrere il talento come meglio crede.

Insomma: un buon CD che ha dalla sua la tradizione e l’assoluta bontà del progetto ma che, alla lunga, rischia di perdere il suo effetto-novità soprattutto se a contrapporsi sono due bands dal carisma così diverso e poco bilanciato. Dove passano i Black Heart Procession c’è spazio solo per il silenzio e le poche cose da dire passano sotto le unghie di un piano che, greve, apre le sue melodie in un oceano dall’orizzonte apparentemente sbilenco.

Alex Franquelli
5 years, 8 months ago

blog comments powered by Disqus