Keane — Hopes and fears
Pubblicata da Kronic, July 2, 2004 → vai all'originale
Nulla di nuovo, nulla che non avessi ascoltato qualche tempo fa nel tripudio di abbondanza gineceale e pruriginosa all’inseguimento del disco perfetto, dell’emozione compatibile col cervello e della musica che non faccia a botte col nome che porta chi la suona. Nulla di nuovo, dicevamo, e c’erano arrivati per primi i Travis con “Man Who” o, al limite, con brandelli di “The Invisible Band” e le loro schermaglie amorose con la letteratura e la pace nel mondo che ce li avevano resi antipatici e grigi al cospetto di un mercato che chiede qualcosa di più dichiarazioni d’intenti, di amore e pace. Oggi chi ricorda più “12 Memories” ? Come una sorpresa noiosa e sgradita il sorriso si è spento ed ha lasciato un cumulo di buone intenzioni ed aspirazioni. Il resto? Volato via nel tempo.
I Keane prendono per mano la melodia traghettandola là dove i Travis, i Coldplay hanno paura di portarla per non cadere nel riflesso di loro stessi e tra le pieghe sbiadite di un concetto che non c’è più se non nella loro storia e nella musica che ci hanno lasciato. Si può odiare “Somewhere Only We Know”, si può temere che “Everybody’s Changing” faccia lo stesso martellando il suo futuro a spasso tra frequenze radio che non raggiungo facilmente o si può aver paura di amarli perchè sanno fare troppo bene il proprio dovere. Ecco più ottimi motivi per non amare i Keane e questo “Hopes And Fears”.
Erano anni che la melodia non aveva questo spazio, che non prendeva un intero disco e ne segnava ogni solco disegnando gioielli come le tracce già citate o “Can’t Stop Now”, “This Is The Last Time” o “Bedshaaped” senza per questo far notare l’assenza dello strumento su cui si basa il pop: la chitarra. I Keane hanno deciso di farne a meno semplicemente perchè non avrebbe “suonato bene” e non ne sentivano il bisogno proprio perchè, per ora, “funziona così” e non è detto che in un futuro prossimo non possa trovare spazio. “Hopes And Fears” è talmente un buon disco da sembrare falso, costruito a tavolino tanto da dubitare della bontà del prodotto solo ed esclusivamente perchè c’è un singolo dannatamente buono ed innegabilmente perfetto.
La voce di Tom Chaplin riflette le trame pianistiche di Rice-Oxley ed è proprio su questa dialettica che si basa la musica della band, mentre il drumming inoffensivo fornito da Richard Hughes funge da contorno alla chimica artistica profusa dai due terzi della band. Un difetto: scorre via esattamente come se non ci fosse proprio perchè emoziona senza sconvolgere, graffia senza far male e riempie quegli spazi di cui sentivamo il bisogno. Tutto ciò in maniera assolutamente perfettamente pop. Senza speranze e senza paure.
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago