Meshuggah — I
Pubblicata da Kronic, Aug. 31, 2004 → vai all'originale
Il rullo compressore iniziale sgretola ogni inerzia cosciente per deviarne il tragitto sulla distorsione, sul rumore piú sublime che c’è: 8 corde di puro dolore e rabbia tecnologica che si abbattono sulla depressione da nuovo millennio (che poi è la stessa della fine di quello appena passato) e ne fanno poltiglia globale, un’osmosi caotica di parole e gesti insignificanti. A sentire i Meshuggah sembra che non ci sia speranza, che lo spazio sia destinato ad ingoiarci nel prime time del sabato in un preambolo alla Philip K. Dick in cui il lettore si trova dinanzi alla situazione piú normale del mondo: una Terra senza piú ossigeno, la nemesi della natura che stritola umani ed umanoidi in un abbraccio soffocante e liberatorio.
“I” non è un capolavoro. Le pietre miliari sono altre e, ne sono certo, i Meshuggah ne hanno in serbo almeno un paio da qui alla fine della loro carriera. La band di Umeå ha peró, come poche altre, un DNA vincente che la porta a non accontentarsi mai, a non cogliere un solo aspetto del loro sound e portarlo ad un utilizzo estremo, fine a se stesso; al contrario è chiaro come la materia musicale nelle loro mani prenda ogni volta una forma diversa pur partendo e tornando al principio che l’ha generata e da cui è ogni volta pronta a liberarsi per vivere di nuovo l’ennesima vita ad uso e consumo del loro genio Se da una parte in “I” torna alla luce la matrice piú chiaramente progressiva dei Meshuggah, dall’altra si enfatizza l’aspetto piú cinico, asfittico e pessimista del sound della band svedese. Le geometrie del combo scandinavo sembra che esaltino un particolare significativo della melodia: le pause. Tra le partiture di “I” sembra evidente come le ritmiche si basino sulla presenza di quest’ultime (veri e propri attimi di non-musica nel pieno marasma cromatico) per dare la cadenza necessaria alle ondulazioni dinamiche del suono. Per chi fosse interessato alle notizie piú strettamente biografiche: questo album esce per la piccola Fractured Transmission e vede la temporanea dipartita del bassista Gustaf Hielm ben rimpiazzato dal fido Thordendal.
21 minuti di orrore epico-mediatico che in parte ripagano l’attesa per il nuovo full-lenght in uscita prima della fine dell’anno in corso. Come in una novella di Dick rimane nell’aria la sensazione di paura e disagio quasi infantile e premonitrice; speriamo solo di poter esserci ancora e di non perderci lo spettacolo dei fuochi d’artificio finali.
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago