Verdena — Il suicidio dei samurai
Pubblicata da Kronic, Jan. 30, 2004 → vai all'originale
C’é una sottile ombra lacerata e sottile che pervade l’intero scorrere dell’ultimo CD dei Verdena. Dapprima sinuoso e feroce (“Logorrea”), poi elettrico e penetrante (“Luna”), é un lavoro che si perde tra poesia e sensazioni graffiate da emozioni che si snodano tra giochi di feedback e momenti di quiete quasi più densi di emotività di quanto non lo siano i passaggi meno rarefatti.
Forse perché l’autoproduzione ha portato con sé una resa maggiormente cruda e più intimistica, forse perché la maturità la si misura a piccoli passi e grandi pensieri ma i Verdena di oggi sembrano potersi esprimere meglio in un contesto poco perfetto e gravido di pathos come può essere uno studio di registrazione familiare dove (ri)produrre i suoni lontano da geometrie frenetiche e da assiomi troppo distanti dallo spirito di una band come questa. Differentemente da “Solo un grande sasso” lo sviluppo dei testi prende spunto dalla realtà e le sue dinamiche. Queste ultime si ripercuotono così in un fluire che fa del ricorso all’associazione di idee un ricordo che si perde nel passato del gruppo. Mi piace pensare a “Il suicidio dei Samurai” come al perfetto incontro tra la crescita umana e la consapevolezza delle proprie radici perché, se da un lato il tema di fondo sembra essere la confusione e l’ansia di un amore spaesato e senza speranze (“Phantastica”), d’altra parte la coscienza si apre nelle sue nuove forme fino a sfociare nella psicanalisi come in “Glamodrama”; dove alla paura fa da contraltare un odio-amore per un sesso viscerale e caldo che spezza la monotonia dell’esistenza. “Mina” é una ballad che non sarebbe potuta nascere prima di questo tempo e questo spazio data la sua intensità feroce e poco pragmatica come un sogno che cresce senza sapere dove vada a morire. Dapprima sembra svilupparsi nella sua “quadratura” naif per poi tuffarsi in un vortice crescente di vibrazioni sonore rabbiose e travolgenti. “17 Tir nel cortile” mantiene una cadenza rilassata fino al crescendo ossessivo di un finale isterico che sembra introdurre l’apertura melodica di “40 secondi di niente” che, malgrado tutto, sembra essere la traccia piu’ debole di un album complessivamente tirato e nervoso fino alla fine.
I Verdena si sono scrollati di dosso fantasmi scomodi come quelli dei soliti Marlene Kuntz ed Afterhours per uscire vincenti da una metamorfosi che non ne ha intaccato la motivazione sonora ma ne ha costituito la forza definitiva per uscire dalla comoda nicchia di band culto per finire…per finire in un posto che nella grande musica italiana di massa ancora non esiste.
Assolutamente di un altro livello, assolutamente unici e drammatici come un tempo che non deve terminare: “Il suicidio dei Samurai” ci consegna un piccolo gioiello dalle mani di una band matura e consapevole di avere aperto un muro. Oltre la nicchia, oltre il grigio di una band culto, lontani da risse tra poveri destinati all’oblio e poco piu’ in alto: a ricercare uno spazio che ancora non esiste. Un piccolo, grande lampo nel cielo ipocrita e sereno della musica italiana.
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago