Paatos — Kallocain

Pubblicata da Musicboom, June 26, 2004

È domenica pomeriggio. Fuori c’è il sole, poi il vento, velature illuminate, ancora una volta la luce chiara del cielo. Ora non più. Dalla voce di Petronella Nettermalm franano nuvole di passato; attimi chiari di respiro che si intreccia con la musica e ne cavalca l’onda come nel finale della “gipsy” Gasoline. Ma è solo l’inizio perchè il vortice elettrico con cui termina la prima traccia è solo il premabolo di un limbo di Portishead che cade su di una base sull’orlo del jazz e che, come la successiva Happiness è sempre sul punto di scivolare nel mare aperto di accordi ariosi, colorati ancora una volta dalle scelte melodiche della singer.

Petronella ci porta a ricordare la migliore Teresa De Sio, un attimo dopo è sulle orme soffuse dei Third And The Mortal per finire (come in Look At Us o Stream) in ambiti noti a Live Kristine (Leaves' Eyes/ex-Theatre Of Tragedy) di cui, se non ricalca l’aspetto maggiormente teatrale e meno spontaneo, è perchè si volge a favore di una sensualità delicata e tenera come il filo che ne sorregge le note a strampiombo sul sogno della musica. Già, la musica. I Paatos si confrontano con Peter Gabriel, i Porcupine Tree e l’anima nobile dei King Crimson come in Holding On o Won’t Be Coming Back, in cui la melodia sembra essere perennemente sul punto di arrestarsi per dar libero sfogo ad un dramma a sfondo elettrico, salvo poi perdersi in splendide divagazioni acustiche che hanno tutta l’aria di suffragare il pensiero non espresso di uno scenario dai colori caldi e forti descritto dalla voce.

Volendoli accostare a qualche altra band scandinava mi vengono in mente gli Anekdoten di Vemod e quel loro approccio grezzo al progressive scandito dal mellotron (come qui accade, ad esempio, in Reality) o dal tepore del violoncello. Non è un caso allora che al centro della musica dei Paatos troviamo quello Stefan Dimle iniziatore del ben noto circolo Mellotronen attorno cui hanno ruotato i già citati Anekdoten ma anche e soprattutto gli Anglagard, i Landberk, i Manticore ed i Morte Macabre.

Ora però siamo nel 2004 e le atmosfere possono permettersi di dilatarsi alla maniera dei Sigur Ros, con quel loro modo etereo di trattare la materia alla cui stasi i musicisti contrappongono una relazione ragionata con l’astratto attraverso i tempi che rallentano, danno respiro alla musica e le permettono di arricchirsi di altro tra un battito di spazzole sul rullante e l’eco dimenticato di un piatto che vibra da lontano; proprio come accade in Stream. Ora la luce non ha più importanza. Il sole potrebbe sparire o morire del tutto e non ce ne accorgeremmo perchè c’è solo il rumore della pioggia che cade. Ed ha il passo distratto e disperato della conclusiva In Time.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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