Pan Sonic — Kulma

Pubblicata da NerdsAttack!, Dec. 15, 2004

Frustrati. Da scintille di futuro grigie come motori andati e vinti. I Pan Sonic devono sentire il peso del declino di un tempo e la vicinanza col baratro davanti agli occhi. Gemiti d’acciaio, rantoli di bip nervosi, schianti sordi e senza epoca: i Pan Sonic urlano per una generazione che sa a malapena parlare, che non ha voce che non per piangere se stessa e non si muove che per chiedere quello che non avrà mai perché mai ha saputo chiederlo ed oramai non crede neanche più di averne realmente bisogno.

I Pan Sonic licenziavano questo onesto capolavoro del nulla alla fine del millennio passato. Rumori, solo rumori. Ossessivi come deve essere un rumore: meccanico come la vita, infinito come il dolore e chiuso come il futuro. In pochi anni non é cambiato niente: tanti fatti ma nessun cambiamento, tanti personaggi ma nessun eroe, troppi errori e nessuno per il meglio, poca musica e nulla, nulla, di nuovo.

Tracce come “Puhdistus” sono state registrate per destare i sensi ai quali credo si neghi parecchio del giorno e della notte, per instillare quel fastidio mentale ad un eterno crocevia tra demenza e fine e tramortire con le sue frequenze occultate sottotraccia per lasciarci assaporare quello che non vedremo mai finché non sapremo ascoltare e non riusciremo a sentire se non vorremo guardare e capire, liberandoci della nostra modernità fittizia e volgare che, in effetti, non regala che suoni fittizi e volgari.

I Pan Sonic non suonano: ci ricordano la vita, o sarebbe meglio dire “il vivere”, a cui ci costringiamo ogni giorno ed é per questo che “Kulma” é da considerarsi un capolavoro del nulla: perché é un’istantanea venuta fin troppo bene di qualcosa che ci appartiene ma che in fin dei conti non deve essere un granché se ci ha portato all’isterismo collettivo di RAM, circuiti chiusi, febbri contabili e fanta-globalità. É la ricezione e non l’ascolto quindi che sembra importare al giorno d’oggi ed é proprio per questo motivo che il resto della musica moderna potrebbe morire domani e che l’arte tutta potrebbe sprofondare se nessuno descrivesse come il mondo si muove davvero usando i suoni nudi e crudi, scindendoli dal soggetto e palesandone la nudità insulsa, vuota e bugiarda.. Qualcuno direbbe che si tratta di techno sperimentale e non si potrebbe dargli torto, altri definirebbero “Kulma” una degenerazione della sperimentazione, una deformazione cosciente del post-moderno a vantaggio esclusivo di pseudo-artisti scellerati e di dubbio talento. Altri lo chiamerebbero istinto e sublimazione dell’arte e andrebbero ugualmente lontani. Io lo definirei un estremo e sintetico Nulla.

Se mi dovessero chiedere il perché di un voto di poco lontano dal valore massimo per un’opera che é la cruda ed involontaria perfezione direi che i finlandesi devono ancora arrivare allo spoglio finale del suono e ridurne così la corporeità ad un cigolio informe di frequenze per potersi dire veramente arrivati ed aver così realmente descritto il presente senza usare immagini o artefatti sonori.

Esattamente perché privando il rumore della propria matrice non abbiamo che fastidio e claustrofobia, proprio perché a volte c’é da imparare da un rumore per capire che, se scissi dal nostro branco di ossa e voglie non siamo altro che un’appendice del dolore; esattamente per quel motivo, ancora una volta, adagiato l’ennesimo atomo su di una superficie elettrica, ascolteremo questo disco cullandoci intontiti in un fac-simile di felicità nel nostro sintetico, povero, viziato, finito Niente.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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