Statistics — Leave your name

Pubblicata da Musicboom, March 22, 2004

La sicurezza viene col tempo e l’esperienza o non la si vede che negli altri e nelle loro azioni spesso misere. Magari non voleva scendere così in profondità Denver Dalley quando provò a mettere su un EP con canzoni molli come vuoti a rendere e pensò di riuscire a rendere l’intensità’ dei suoi Desaparecidos nelle movenze pseudo-sperimentali di 5 brani elettrici e pensanti (e non sognanti) che componevano la prima release del suo progetto solista.

Ora: deve essere successo qualcosa se le tracce che compongono questo Leave Your Name hanno il respiro profondo delle cose e delle idee tenute dentro per troppo tempo e che sembrano uscire con rabbia, lacrime e malinconia come uno sfogo improvviso e, per questo, ancora più violento e naturale. Questa volta le canzoni sono 11 e sono sognanti (e non pensanti) come una necessità sofferta e viva esemplificata nell’opener Sing A Song che tende a giocare con i sintetizzatori, con il freddo degli effetti e delle cariche di distorsioni che minano la traccia in più punti come un pericolo vagante ed incombente. Basta qualche secondo ed e’ già tempo d’immergersi di nuovo nei giri di malinconia e chitarra di The Grass Is Always Greener, dove la cadenza della batteria fa da sfondo battente ad un vortice intimista in cui la voce resta sola ed incontra il volume degli strumenti lasciando loro il compito di portare avanti un feeling che a tratti mi ha ricordato i graffi musicali di Jonah Matranga ed il suo progetto Onelinedrawing nei momenti più malinconici e spaesati.

I minuti passano e Denver Dalley porta lontano senza farsene accorgere, senza lasciare che l’intermezzo strumentale (Mr. Nathan, Accomplishment) faccia calare la tensione ma, al contrario, facendo in modo che essa cresca nell’attesa del ritorno al 4/4 di Hours Seemed Like Days, in cui un’orrenda voce filtrata spezza l’armonia e vede la caduta di una seconda parte del CD nell’ovvio e nel già sentito.

Forse per errore o forse perché 11 tracce impeccabili fanno di solito un capolavoro e non un buon disco, la tensione si scioglie qui e non vede la fine del lavoro bruciando in fretta e oscurata dalla lunghezza dispersiva e poco magica dell’elettronica di A Number, Not A Name e da una 2 A.M. in cui Denver gioca a fare il Geoffrey Farina senza riuscirvi. Ogni buona intenzione iniziale si smorza sotto gli attacchi della noia e del lento chiudersi di un disco su se stesso, di una Circular Memories oltremodo pretenziosa e così poco magnetica da risaltare negativamente soprattutto perché segue una prima parte di CD teoricamente (e praticamente, perché no) perfetta. Magari il destino del sad-core e’ oggettivamente quello di non evolversi in quanto in perenne bilico tra noia e capolavoro in un bivio di strade da prendere e da lasciare. Nel dubbio, forse, si resta dove si e’: una volta nel bene, l’altra nel male o restando nel mezzo senza drammi, patemi o velleità di sorta.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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