Queens Of The Stone Age — Lullabies to paralyze
Pubblicata da Musicboom, March 29, 2005
Gli stessi demoni che tenevano stranamente in vita gli amplificatori per basso nel mezzo del deserto ora fluiscono tra le note nervose di un disco che sa di sofferente solitudine quasi quanto il vento passato fra lo stordirsi di suoni neri e sabbiosi e l’elettricitá incostante di un tramonto rosso a picco sugli altipiani della California. La stessa rabbia incosciente sfregiata dal sole si reggeva su di un equilibrio paurosamente sospeso tra le alchimie di una band che prendeva il blues dei Black Sabbath e lo plasmava al suono del grunge piú intelligente e meno autocommiserativo del mondo. La gente, si sa, é un’entita astratta mentre le persone, chi piú chi meno, lasciano un segno indelebile destinato a non spegnersi mai. Qualche mese fa Nick Olivieri veniva allontanato per via di alcuni eccessi dannosi alla sua e alla salute del gruppo. Qualche mese dopo le Regine sono piú belle che mai ed hanno la fantasia di un Josh Homme alle prese con suoni vagamente piú cupi e maledettamente ossessivi (Burn The Witch, Someone’s In The Wolf) sull’orlo del disastro sentimentale che sembrano invocare (...Once you're lost in twillights's blue / You don't find your way, the way finds you...) ma non c’é un solo episodio che non sappia di quel blues cosmico che parte dalla voce calda di Mark Lanegan in This Lullaby fino ad episodi meno ispirati dell’album come Skin On Skin e Broken Box. Soprattutto in questi ultimi, lo si sente, le “persone” tornano alla mente e ti viene da pensare a cosa avrebbe potuto creare un Dave Grohl o un Nick Olivieri in quella vena compositiva che scrisse una pagina memorabile come Songs For The Deaf.
Ora non importa piú: Lullabies é un inno alla malinconia semplice e pura come l’invocazione di Little Sister e la gioia cupa di Tangled Up In Plaid che riportano sulle strade di No One Knows e quegli eccentrici “staccati” che si articolano in armonia con il contesto armonizzandosi in accordo con un sottile filo di ironia che sembra vivere al di sotto del tutto e delle sue emozioni. Medication, Everybody Knows That You’re Insane (un messaggio poco cifrato all’amico esautorato?), In My Head e la splendida I Never Came costituiscono comunque il principio e la fine di ció che ti aspetti dai Queens e dal loro slancio epico e semplice allo stesso tempo.
La matrice resta quindi intatta ed il sentore che se ne ha é che si tratti di un’opera di transizione in cui gli apporti del basso di Alain Johannes, della batteria di Joey Castillo (ex-Danzig) e del poli-strumentista Troy Van Leeuwen (Failure, A Perfect Circle) poco abbiano contribuito a far “deviare” il CD dal percorso obbligato in cui sembra cacciarsi. Persino le collaborazioni di Billy Gibbons (ZZ Top), Brody Dalle (The Distillers) e Shirley Manson (Garbage) non aggiungono, quando udibili, carne al fuoco; quasi come se la personalitá di Homme basti, ancora una volta, pienamente a se stessa.
Un album che lascia il sapore di un’opera incompiuta, di un capolavoro “in potenza” che non si compie per via della paura di deludere o forse per la confusione acritica di un artista che ha l’impossibile compito di migliorare ció che giá era vicino ad una perfezione estetica di genere che sembra ancora una votla vicino allo sfiorare ma che si lascia sfuggire un momento prima di riuscirvi.
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago