Dillinger Escape Plan, The — Miss Machine
Pubblicata da Dedication, Aug. 10, 2004
I Dillinger Escape Plan sono una delle migliori bands degli ultimi due decenni. Sbagliato? No. Ipocrita e pretestuoso? Forse. Partendo dal presupposto che la musica di qualità è in buona percentuale costituita da innovazione e sperimentazione, i Nostri vedono di diritto il loro nome iscritto tra i padrini indiscussi del metal sotto qualsiasi angolazione lo si guardi.
Sottovalutati come forse solo i Voivod possono essere stati, i Dillinger Escape Plan sfornano un album che parte dalla matematica per sfiorare la fusion, catturarne la forma e tingersi di metal e hardcore newyorchese, non somigliando completamente a nessuno ma riuscendo nell'impresa di caratterizzarsi ed assumere quella forma così personale eppure così devotamente radicata nell'avanguardia militante di cui sono portavoce. Se qualcuno prima di me ha detto che il secondo album è sempre più difficile è perché, evidentemente, è arduo ripetere senza annoiare, innovare senza deludere e convincere chi ha amato la prima uscita ed ha atteso la seconda con curiosità. I Dillinger Escape Plan riescono nell'ardua impresa di coniugare il meglio di quanto espresso in precedenza con le suggestioni ed i compromessi estetici evoluti dei Tomahawk (Highway robbery, ma in verità un po' tutto il cd è lì a dimostrarlo).
Il cantato "pattoniano" di Greg Puciato stabilisce le nuove coordinate musicali, esalta la melodia e la trascina in un contesto nuovo, o solo vagamente sfiorato con "Irony Is A Dead Scene" (recensione), in cui la semplificazione (si fa per dire) del suono sembrava passare attraverso uno snellimento compositivo, un concentrarsi su di una direzione che, da un lato appariva più "orecchiabile", dall'altra curava maggiormente la produzione e gli arrangiamenti.
Con "Miss Machine" troviamo, insomma, una band pronta per il grande salto mediatico ma, allo stesso tempo, abbiamo perso l'estremismo jazz, il gusto per il sopraffino e la velocità favolosa con la quale avevano deliziato il pubblico con un lavoro come "Calculating Infinity" e relativo tour. In definitiva, ci si forma l'idea di un lavoro fin troppo derivativo, eccessivamente ancorato a soluzioni già note (i Nine Inch Nails su Phone home e le progressioni chitarristiche á la Meshuggah di Setting fire to sleeping giant stridono con l'originalità espressa dalla band in passato) e ci consegnano un album altamente contraddittorio.
Da una parte la delusione per quel piglio fusion andato sfumandosi col tempo, dall'altra scopriamo uno dei migliori album di musica estrema dell'anno; una collezione di tracce che sembrano fare il punto di quanto di meglio si possa dire in ambito metal senza cadere in ambiti didascalici - pur potendoselo ampiamente permettere - ma progredendo con quella forma mentis che distingue una grande band di culto da una grande band.
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago