Ellis, Rob — Music For The Home Volume 2

Pubblicata da Musicboom, Feb. 1, 2005

Inutile: torna alla mente il Debussy dei Notturni, delle discese armoniche e le risalite ricche di pathos e forza, gli spettri di un secolo vitale e crollato su se stesso per la troppa spinta propulsiva e progressista. Forse è proprio quest’ultimo il peccato maggiore di Rob Ellis (in questa recensione dimenticheremo il suo legame con P.J. Harvey ma non ce ne voglia davvero nessuno) ed allo stesso tempo il pregio assoluto di 27 composizioni sul filo convulso di tempi spezzati, silenzi apparenti e diluiti, macchinazioni sonore che portano lontano quasi svanendo dal contesto per ritrovarle dopo qualche minuto in un caldo groviglio di suoni nudi e vacui.

La componente geniale di questo Music For The Home Vol. 2 è comunque una forte dose di ironia e capacitá di reinventare uno strumento (pur nei limiti del possibile) e farne un mezzo espressivo piú che un fine artistico godibile ed esteticamente valido. Forse è proprio questo “piegare” il pianoforte all’estetica (No. 1 Figlio Di Venezia, No. 4 La Fille Aux Cheveux Bouclés) che permette alle composizioni di gravitare intorno ad un proposito aleatorio e poco chiaro da cui Ellis non sembra esimersi quando cerca la sperimentazione ad ogni costo (No.1 The Wimps Trial By Fair Ground). La distorsione, la plasmatura dei tempi e degli spazi cromatici riporta a composizioni di inizio secolo scorso, a libere sfuriate rumoriste il cui proposito di rottura creava degli spazi nuovi ed interessanti sia sotto il profilo strettamente musicale che quello matematico e meramente fisico.

Se nel Volume 1 Ellis aveva “parlato” di elettronica, in quest’ultima uscita si sente la tensione profonda delle dita sui tasti, di meccaniche emozionali dirette ad un sezionamento meticoloso dei tempi, delle pause cosí come della melodia e del suo ritrovarsi in vita pur maltrattata in tracce come No. 4 Dreaming o No. 4 - Church Opposite dove è tangibile l’intervento di strumenti elettronici (nulla piú di un laptop, sia bene inteso) a modificare il tiro verso un minimalismo pieno comunque di tensione e di quel pathos cui facevamo riferimento all’inizio.

Un lavoro fiero, ardito ma fin troppo pretenzioso che lascia sconvolti e rapiti allo stesso tempo come se i quasi 80 minuti stordissero senza capire bene il perché. Non è sempre importante avere un fine, un obiettivo finale - e sono sicuro che Ellis la pensa come me – ma è difficile, tremendamente difficile parlare al pubblico di Debussy, Stravinsky, rumorismo, fisica ed armonia senza rischiare di esagerare e sopravvalutarsi all’eccesso. Tutto ma non la noia: e fortunatamente questo lavoro viaggia per altri lidi senza contemplarla e compiacersi come potrebbe.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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