Deadbeat — New World Observer
Pubblicata da Musicboom, Nov. 15, 2005
Il calore dei Deadbeat si pronuncia col silenzio, gli intermezzi tra un battito e l’altro che scivolano via disciolti nel paradiso mellifluo disteso sui battiti fin troppo simili a quelli del cuore in un brano come Slow Rot From Rhetoric che altro non fa se non riprodurre un loop cosmico, semplice e liquido. Scott Monteith continua il suo viaggio nel minimalismo forgiando New World Observer sotto i colpi di un rumore che si frantuma e diviene semplice scorrere ed una dinamica naturale quasi sempre ossessiva come in Port-au-Prince ed i vocalizzi campionati, attraverso le ritmiche cadenzate e lievi di N'Importe Quoi o le sperimentazioni electro di Abu Ghraib.
Insomma: cos'è cambiato da Wild Life Documentaries ed il predecessore Something Borrowed, Something Blue? La risposta piú logica sarebbe: niente. Quella piú giusta é un discorso che non puó esulare dal percorso formativo di Monteith che lo ha visto, tra le altre cose, dedicarsi all’improvvisazione con lo sviluppo del software Atlantic Waves (un progetto in collaborazione con Robert Henke dei Monolake: un mezzo che apre a nuove dinamiche sonore interattive dall’indubbio interesse) e mai realmente distaccatosi da un modo di fare proprio della techno ed il rumorismo dei Pan Sonic.
Deadbeat é tutto questo e trova il suo spicchio di avanguardia nel naturale scorrere dei samples che si succedono partecipando alla costruzione di atmosfere artificiali quanto si vuole ma mai troppo lontane dal gusto per una geometria semplice e mai effimera, sfuggevole ma allo stesso tempo di facile ascolto e fruizione. La scena di Berlino non poteva trovare un esponente migliore nella sintesi ragionata tra avanguardia tedesca e quella morbidezza sonora tipicamente canadese riscontrabile, ad esempio, negli ottimi lavori di Loscil ma in generale nella grande maggioranza dei prodotti techno d’oltreocano. La parabola musicale di New World Observer scopre il suo divenire nell’up-tempo di Texas, nelle sonorità flamenco, quasi world di Rock Of Ages o Ruination.
La collocazione politica ed un leggero virare verso territori piú oscuri che nei precedenti lavori costituiscono un passo decisivo nella musica di Monteith. Oltre alla giá citata Abu Ghraib colpisce l’introduzione a Town of Bethlehem: in cui una donna palestinese racconta l’ingresso delle truppe israeliane nel suo villaggio. Il ricorso alla realtá non é casuale e costituisce sicuramente un passo in avanti per un genere, come la techno minimale, da sempre etichettata come al di fuori dal sociale e dal politico.
New World Observer é la quadratura ed il perfezionamento di un cerchio al quale mancava proprio un approccio piú naturale per chiudersi, un battito che sfiora le sensazioni ma che senza l’anima resterebbe appeso al fragile filo del qualunquismo. Posizione rispettabile anch’essa, certo, ma che non puó appartenere a chi fa della leggerezza sonora l’ambito critico da cui guarda il mondo e non chiude gli occhi di fronte a nulla. Neanche se il Nulla a volte fa rumore.
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago