Deadman — Our eternal ghost

Pubblicata da Musicboom, Dec. 23, 2005

Steven e Sherilyn Collins, marito e moglie, vagano sulla sottile linea della musica americana d'autore: quella che tocca Joan Baez, sfiora il country e non lambisce il rock se non in un'idea di arrangiamenti parallelamente elettrici nelle cui vesti i loro brani di certo non sfigurerebbero. C'è tutto e non c'è nulla: la polvere d'America (quella sulle strade del Texas e quella sui suoi pregiudizi bigotti) ed il candido tepore del gospel di Brother John ed Absalom! Absalom! a scaldare pianoforti doloranti e slide guidati dal vento (Love Will Guide You Home).

La vittoria di un premio di musica (l'Independent World Music Series) ha dato loro la possibilità di avere un intero studio di registrazione a disposizione ed è stata inoltre l'occasione per registrare questo Our Eternal Ghosts con Mark Howard (Bob Dylan, U2) ed il risultato finale ne risente positivamente: arrangiamenti asciutti, abbellimenti funzionali al contesto da campfire e suoni caldi come da consueta cartolina. Le melodie si stendono su armonie vocali delicate e cupe che arrivano quasi a sfiorare i Calexico più minimali ma anche i Twilight Singers di Greg Dulli o i cieli sommersi nella malinconia del grunge meno esasperato (per quel che ciò possa significare). Il suono denso delle chitarre che si stende quasi ad libitum su di un mantra tribale (Sad Olè Geronimo) sembra percorrere gli anni attraverso la psichedelia rumorosa semplicemente con un volume più basso: quasi vincendo la malinconia entro cui ascrive l'intero giro musicale di un lungo vortice come Won't Be Long o le ombre di The Monsters Of Goya.

Troppo facile tornare a parlare di country, troppo espliciti i rimandi alle digressioni di un John Convertino o di un Howe Gelb: eppure non accade esattamente questo. I Deadman hanno comunque la loro impronta facilmente riconoscibile vuoi per la presenza quasi costante della voce femminile di Sherilyn, vuoi perchè non sembrano seguire didascalicamente un paradigma di luoghi comuni affrettandosi sempre e comunque a riaprire i confini di un brano non appena sentono che questo muore su se stesso.

Non un capolavoro ma la testimonianza in nuce di un'America che cambia almeno in parte laddove ce l'aspettiamo di meno. La gretta America sta ancora lì a marcire tra le sue paure mentre un blues come Werevolves la tradisce con le sue stesse note: quasi divertente se non fosse grottesco.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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