Paradise Lost — Paradise Lost

Pubblicata da Musicboom, April 1, 2005

Li potete odiare, dire che hanno venduto l’anima ad MTV, che hanno aperto la strada ad una miriade di gruppi di cui faremmo volentieri a mano. Potete persino dire che se prendiamo ad esempio una delle prime uscite e l’ultima stiamo parlando di due bands diverse, di due concezioni diametralmente lontane e talmente incompatibili l’uno con l’altra da generare piú di un sospetto.

Ancora una volta é vero solo ció che esce dagli speakers e, credeteci o no, dalle prime note di piano e tastiera ne esce una sola band, un’unica entitá che ha regalato attimi di poesia e musica maledettamente bella cosí come errori madornali (Host) di cui, a differenza di molti, i Paradise Lost hanno preso le distanze quasi immediatamente. La band di Halifax ha smesso di credere di essere i nuovi Depeche Mode, ha scrollato di dosso le ultime diossine di un metal raffinato ma poco funzionale al proprio talento (Believe in Nothing se si esclude la fantastica Mouth) per tornare al punto in cui avevano ricreato loro stessi dandosi la forma di una splendida creatura di nome Draconian Times: minuti di pura poesia romantica e melodie semplicemente perfette.

Nel 2005 i Paradise Lost sembrano voler ricominciare daccapo e lo fanno nel modo in cui avevano introdotto proprio la loro opera migliore: con un giro di pianoforte semplice e triste. Sono solo pochi attimi perché le sei corde di Gregor Mackintosh fendono l’atmosfera e trasformano la brezza in un impeto grave, lineare e cupo come non gli riusciva da tempo. Don’t Belong é la giusta introduzione ad un album che riesce a non calare mai di tono, a non perdersi tra le pieghe di una facile caratterizzazione e, perché no, catalogazione emotiva.

L’ennesima prova della ritrivata freschezza é il drumming di Steve Edmondson che introduce e conduce la malinconia di Close Your Eyes dandole un senso di nervosismo, una tristezza cadenzata ed ossessiva come in Forever After – brano che racchiude in sé le potenzialitá di un album che, non solo nel titolo, si riconcilia col proprio passato traendo il meglio dall’esperienza e le sue disillusioni. La produzione di Rhys Fulber (Front Line Assembly) é stranamente asciutta, rispettosa dell’ambientazione gotica e dei suoi colori cupi che si illuminano di elettricitá come in All You Leave Behind e Accept The Pain.

I Paradise Lost riescono ad evolversi tornando indietro, ad aprire nuove strade rielaborando un sound che li ha visti antesignani di una stirpe che ha liberato la malinconia dal dolore (il death) e l’ha bruciata nel faló di sentimenti romantici di cui sembra ardere (finalmente) il loro ennesimo piccolo capolavoro

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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