Sophia — People are like seasons

Pubblicata da Musicboom, Jan. 30, 2004

La gente é come le stagioni: fredda, cupa, solare, malinconica, langue sotto i colpi del vento ma non finisce mai di vivere. Neanche dopo una stupida morte. Deve aver pensato qualcosa di simile Robin Propper Sheppard al momento di concepire i Sophia: un progetto che viaggia sull’orlo della tristezza senza compiacersene, che ruota attorno all’amore senza restarne vittima, che accelera i battiti proporzionalmente al ritmo che decresce, rallenta e scende in profondità come una parola che nasce spontanea e istintiva.

La gente vive di stagioni e ne assimila la vita, i Sophia dipingono l’atmosfera con colori caldi e intensi di una musicalità senza fronzoli o compromessi di sorta. In comune con i due precedenti album in studio (dai quali ci separa il controverso live De Nachten) c’é la continuazione del viaggio all’interno delle tensioni nevralgiche della malinconia ed i suoi risvolti crudeli – di diverso c’é di sicuro un approccio musicale più libero ma, a mio parere, meno genuino dei predecessori. Sembra che questa volta ci sia la consapevolezza dei propri mezzi e di ciò che é possibile raggiungere con un talento smisurato come quello del leader della band, il quale ha dalla sua un senso per la melodia che conosce pochi eguali nel mondo della musica d’autore.

Se da una parte una traccia come Darkness (another shade in your black) lascia perplessi a causa di un cambio di direzione così totale da destare dubbi sulla sua genuinità, dall’altra faccio fatica ad assimilare un basso alla Massive Attack che si impernia su di un riff di chitarre ossessivo ed elettrico come mai prima. La seguente If a change is gonna come fa i conti con un rock di chiara matrice americana con spunti tutto sommato interessanti ma ben poco originali.

L’atmosfera torna a farsi oscura con Swore to myself ed il flusso di elettricità sembra non essere mai apparso all’orizzonte riconsegnandoci così la band che abbiamo imparato a conoscere negli anni con una voce che sembra quasi cadere dall’infinito per posarsi su note struggenti eppure così semplici e speciali. L’America di Robin riappare nella piccola perla Holidays are nice ed alcuni echi sembrano riportare alla mente addirittura le vocalità di Simon & Garfunkel - ma é solo un attimo: si torna a sognare nella malinconia amara di I left you, che sembra snodarsi tra un pianoforte, una chitarra carezzata da un violino ed un testo assolutamente pietrificante che torna ad analizzare un tema caro a Robin: l’addio.

La stagione ritorna cupa, sembra che debba piovere tra le righe di un passato che sibila sottile e sfuggente come una memoria solo apparentemente rimossa. Forse sbaglio, forse ho vissuto per troppo tempo tra gli echi di Is it any wonder e Woman per apprezzare una svolta, una maturazione che mi riporti alla realtà ed alle sue vicende terrene. Forse un giorno riuscirò ad apprezzare il rock amaro del singolo Oh my love e mi ritroverò a seguirne la melodia con la bocca chiusa. Come feci con Are you happy now e The death of a salesman ma con meno abbandono; come una triste, splendida stagione che passa per lasciare che altri godano di lei.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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