Sophia — People are like seasons

Pubblicata da Kronic, Dec. 29, 2003 → vai all'originale

Fa sempre un po’ male accostarsi ad un nuovo CD dei Sophia .. I due precedenti album sono senza dubbio gioielli unici nel loro genere; perle acustiche di un colore opaco su cui riflettere ansie, paure e solitudine. Robin Propper-Sheppard decide di terminare la sua carriera con i God Machine e di intraprendere un viaggio nella malinconia con i Sophia dedicando il debutto ad un amico scomparso per overdose e il follow-up alla separazione forzata dalla moglie e dalla figlia per motivi legali.

Questa terza release è forse la più elettrica e matura ma continua ad essere intrisa di una gioia cupa e cruda che non aspetta ad esplodere e lo fa subito col primo singolo: Oh My Love L’elettricità quasi sfiorata nelle precedenti release sfocia qui in un rock che ha immancabilmente qualcosa di americano e, duole dirlo, commerciale; ma è con Swept Back che il vero spirito dei Sophia fuoriesce a confezionare l’ennesima piccola oasi di dolcezza e solitudine dove trova spazio un accenno di speranza forse a chiusura di una ideale trilogia che ha visto Sheppard analizzare musicalmente lo spirito della sua intimità trovandovi comunque un motivo per essere ottimisti (But I know you don`t deserve to be broken/So just focus on the light/Focus on the light).

In Fool riprende alcuni spunti down-tempo dello splendido The Infinite Circle ed alcuni echi rimandano a John Lennon e al rock acustico britannico certamente pre-new acoustic movement. A mio modesto avviso le similarità con gli album precedenti terminano qua. La successiva Desert Song No. 2 esplora ambiti più vicini ad un Howe Gelb che non quelli soliti di un americano in crisi perso per l’Europa e le sue melodie come, appunto, risulta essere (biografia alla mano) Robin Propper-Sheppard. La particolarità di questa song risiede nell’interessante proposizione di un muro sonoro simil-Mogwai che rappresenta una novità assoluta nel mondo dei Sophia. Chissà per quale motivo Sheppard trova spesso rassicuranti ed esteticamente belli dei giri di chitarra quasi loopati ed ossessivi che sembrano vorticare intorno alle note della voce come un pensiero che lo assilli e non lo lasci terminare il brano – ed è forse per questo motivo (quasi una rottura col passato) che gli interminabili giri di chitarra si perdono nel marasma distorto del finale.

Darkness e If A Change Is Gonna Come sono nettamente al di sotto della media compositiva del disco e propongono uno sterile rock psichedelico. Il ragionamento che l’ascoltatore medio tende a fare in questi casi è che se avesse voluto delle mediocri songs con voce distorta e riffoni avrebbe preferito un altro scaffale ed avrebbe diretto le proprie attenzioni verso un qualcosa di più affine… In questo caso faccio mio il concetto ed aspetto che Swore To Myself mi riporti all’America ed alla sua geometria anarchica di generi e suoni – ma oltre ciò non trovo più l’assoluta padronanza della melodia e la stessa chitarra con i suoi giri semplici e toccanti ha ora perso la sua efficacia. Risultato: 4 minuti e qualcosa di attesa per un lampo di melodia che non arriverà mai.

Un plauso finale alla conclusiva Another Trauma . Forse non tutto è perduto ma di certo l’ultima canzone è un po’ poco per salvare un album che, a mio avviso, rasenta la mediocrità compositiva e sembra sempre sul punto di decollare ma resta sempre lì: perso in un marasma di buoni propositi e qualche idea assolutamente fuori luogo

Per chi non li avesse consiglio comunque i primi 2 album dei Sophia. Ho sempre pensato che Sheppard e Geoffrey Farina (Karate, Secret Stars, Geofffarina…) fossero due geni della melodia e stasera non mi sono ricreduto: è solo una parentesi che non cancellerà due perle sulle quali spesso ancora mi perdo. Un bel disco ma nulla più. Come quando aspetti il Natale con ansia e ti ritrovi a fare i conti col solito maglione in acrilico. Ad Maiora.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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