Depeche Mode — Playing the angel

Pubblicata da Musicboom, Oct. 26, 2005

Una volta ho incontrato Dave Gahan. Sembra strano e francamente assurdo ma è successo proprio così. Eravamo in un club a Londra e curava la sua convalescenza post-suicida con del Martini rosso senza ghiaccio. Non so come iniziammo a parlare ma mi disse che non esiste l'evoluzione se non nella rielaborazione cosciente del passato. Non presi per buone le sue parole e non credo di averci parlato a lungo: fatto sta che i Depeche Mode escono con un nuovo disco nella seconda metà del 2005 ed io sono ancora qui a parlarne. Aveva ragione, dicevo? Forse no. Però è comunque innegabile come un discorso del genere possa essere applicato a molti ambiti creativi e non, cominciando forse proprio da Playing The Angel. Questo album è oggettivamente ben suonato, ottimamente prodotto e persino meglio scritto. Il problema reale risiede però, come diceva il buon Dave, nella necessità di guardare avanti imparando dal passato.

Che necessità c'è di reinventarsi, di andare oltre la sutura artistica tra i Kraftwerk e il pop per mettere di nuovo in gioco la propria carriera quando l'apice creativo è ormai alle spalle? I Depeche Mode deviarono il corso della musica di quel poco che bastò per non lasciar morire il punk donandogli nuova linfa elettronica ed un carattere sconosciuto contribuendo a portarlo ai giorni nostri. Tutto quello che sarebbe loro servito con Playing The Angel sarebbe stato salvarsi dal marasma sterile di Exciter in cui stavano affondando le loro radici, convogliare gli ultimi scampoli d'arte in soggettive pop di ripiego e di richiamo ed armare un grandioso tour europeo. Invece no. La band inglese non si avventura di nuovo (alla cieca) nei territori forse piu consoni ad un David Sylvian che non al loro pop destrutturato: scrive un album che sembra migliorare di brano in brano e, nota che per il sottoscritto meriterebbe un capitolo a parte, concepisce qualcosa che i Mesh stanno studiando da anni senza trovare il coraggio di farlo uscire dal buio del loro studio.

Dave Gahan, Andrew Fletcher e Martin Gore decidono di ripercorrere non la loro carriera, bensì il carattere che l'ha determinata, con brani vagamente retrò come John The Revelator (non avremmo gridato allo scandalo se avessimo trovato questo quasi-rifacimento di un classico country su Ultra), le geometrie oscure di Nothing's Impossible e Lilian che richiamano implicitamente una gemma come Violator o, soprattutto nel primo caso, la musicalità priva di fronzoli di Construction Time Again. Colpisce il segno il respiro techno di Suffer Well che fa da contraltare ad una tematica, quella del suicidio, che torna sovente in maniera neanche troppo nascosta ["...An angel led me when I was blind/I said take me back, I've changed my mind..."] bilanciando l'ottimismo e l'ironia di brani più propriamente goraniani come John The Revelator (a mio avvviso un chiaro riferimento a Pontefici di fresco trapasso) e Macro.

In poche parole non sarebbe errato definire Playing The Angel come la naturale conseguenza di Violator - per chi non lo sapesse un disco del 1990. La presenza delle coriste si è fatta discreta, i fiati sono relegati a ruoli di terzo piano e la chitarra fa la sua tiepida comparsa esclusivamente in brani come la già citata Suffer Well o The Sinner In Me. Nulla a confronto dell'impianto stilistico di Songs Of Faith And Devotion, Ultra ed i faraonici tour mondiali che seguivano prove non pienamente convincenti e sicure dei propri mezzi. Le novità non risiedono dunque solo nell'esordio alla scrittura di Gahan ma anche nel non aver apportato innovazioni di rilievo forse per paura, freddo calcolo o consapevolezza di non poter andare oltre venticinque anni dopo l'esordio.

Il singolo Precious basterebbe da solo a far capire che chi scrive uno dei brani più belli dell'anno non può aver esaurito la propria vena in quattro minuti scarsi di elettronica e sentimento, che puoi benissimo metter su una band ed indovinare il disco della vita (ogni riferimento a fenonemi recenti è molto meno che casuale) ma non sarai mai tu a scrivere una pagina di storia della musica se dopo dodici album non capisci una delle lezioni fondamentali. Vale a dire che se ti chiami Depeche Mode l'unico modo per restare vero, vivo e rinnovarti, è suonare esattamente come i Depeche Mode. Il mondo non ti chiederà davvero altro.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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