Karate — Pockets

Pubblicata da Kronic, Sept. 17, 2004 → vai all'originale

Non esiste un solo motivo per cui qualcuno dovrebbe aspettarsi qualcosa di diverso da un album dei Karate. La band di Boston si abbandona ancora una volta agli echi del jazz perdendo in parte lo slancio vibrante ma proseguendo per una rotta immaginaria che va dalla melodia essenziale di “Pines” (in cui prevalgono reminescenze del Geoff Farina solista e in coppia con Jodi Buonanno nei Secret Stars) alle strutture dal tono ascendente come ai tempi di “In Place Of Real Insight”, in cui le geometrie jazziste non avevano ancora del tutto invaso la scrittura e la fantasia della band.

Non esiste un solo motivo per aspettarsi qualcosa di diverso dai Karate, dicevo, semplicemente perché loro stessi hanno trovato la formula del proprio sound, l’apice assoluto delle influenze che arricchiscono il canone musicale proprio dei bostoniani, di quelle atmosfere volutamente dilatate (“Alingual”, “Water”) in cui la linea vocale di Farina interagisce pienamente quasi fosse l’ennesimo strumento al servizio del talento del gruppo ed intraprende strade nuove che vanno dall’essenziale ad una teatralitá espressiva notevole come in “The State I`m In” in cui gli standard jazz (anche qui appena accennati) si adoperano per costruire un brano piú ritmato e dal fraseggio fortemente blues e grintoso.

Quella di “Pockets” è una musica essenziale, quasi sussurrata e di sicuro piú rilassata di episodi come “The Bed Is In The Ocean” o il bistrattato “Unsolved”, in cui il quartetto tendeva a dilatare la composizione quasi fino al paradosso cercando di contenere il tutto in un contesto musicalmente familiare e funzionale allo sviluppo della struttura-canzone che oggi ritroviamo nella loro musica. Non c’è piú quell’ansia di sperimentazione che, se da una parte apriva i confini stilistici a delle antitesi colte (Bacharach e la semplicitá strumentale, il blues e la nascita dell’emo), dall’altra impediva una scelta determinata e determinante che li rendesse unici e non alla costante ricerca di loro stessi. Con “Pockets” i Karate arrivano alla semplificazione del concetto di musica come loro la intendono, alla summa evidente di una miriade di citazioni che ora costituiscono l’asse portante di fantasie come l’opener “With Age” o la conclusiva e quasi drammatica “Concrete”.

I Karate, volenti o no i loro detrattori, non hanno mai sbagliato un disco e non riescono nell’intento neanche con “Pockets”; lavoro in cui la poesia scorre come un veleno tra melodie intrise di vita e la scala cromatica delle sensazioni ad essa legate.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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