Pan American — Quiet city
Pubblicata da Musicboom, Jan. 19, 2005
La cittá piú quieta deve essere un posto per forza di cose disceso negli abissi per una qualsiasi delle assurde ragioni del mondo. Deve essere un posto magico e rigoglioso di suoni continui, sibilanti e sensuali in cui il rumore è il confine invisibile e lontano che si scorge con fatica sulla superficie dell’acqua o nell’idea della riva perduta. A volte i posti piú familiari sono quelli dove non andremo mai e, sebbene non ci sia motivo di lasciare il mondo buono e perfetto in cui viviamo, varrebbe la pena calarsi nelle atmosfere di Wing, del suo essere “musica” giocando con i ritmi soffusi del silenzio e della metamorfosi del suono a contatto con l’ossigeno puro del nostro amato globo.
Quiet City sembra giocare con la musica riducendola di volta in volta ad un segnale, un accenno di vibrazioni che sembrano respirare con l’ascoltatore rapendo l’essenza del suono per portarlo ad una rappresentazione quasi visiva del mondo; un pó come farebbero i Pan Sonic ma senza estremizzare il concetto, senza spogliare completamente i suoni della loro melodia silenziosa e naturale. Mark Nelson continua cosí a perfezionare una ricerca che aveva trovato nell’ultimo The River Made No Sound la sua matrice elettronicamente piú avanzata e forse meno interessante ma comunque protesa verso la propria identitá emozionale e viva.
Quiet City rappresenta forse il vertice ultimo tra sperimentazione e poetica che, a sua volta, racchiude in sé la sostanza organica che ne costituisce la metrica e ne scandisce il passo verso una semplificazione della forma e della sostanza. In altre parole è un’elettronica che respira, che sa vibrare di un proprio movimento (Lights On Water, Shining Book) con una guida umana minima e latente che lascia che il suono raggiunga il suo apice di vibrazioni per poi tornare indietro e ricominciare daccapo. La chiave per capire questo disco è proprio la presenza quasi impercettibile di una strumentazione guidata dall’uomo (David Max Crawford ai fiati e Steve Hess e Charles Kim ad una raccolta sezione ritmica) che compie azioni di contorno ed abbellimento di un sibilo, una pioggia sonora costante che, come detto, si sviluppa senza aiuti per trovare una sua forma emotiva, calda.
La musica termina con una Lights Of Little Towns che è forse la traccia piú semplice e “normale” a conclusione di un viaggio negli abissi che riemerge e ritrova una riva dimenticata dove, volente o no, qualche miliardo si affanna e si annulla quotidianamente senza un ricordo o un’idea delle onde marine che non vede e non si chiederá neanche mai se esistono.
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago