Reflue — Slo-mo

Pubblicata da Musicboom, March 10, 2004

Col passare degli anni la parola “pop” ha definitivamente perso il significato originario di “popolare” nelle sue accezioni più crude e volgari per approdare ad una definizione semantica allargata a tutto ciò che rientri in un determinato contesto melodico, inglobando comunque dei momenti di sperimentazione, certamente non del tutto spiazzanti o deflagranti negli effetti sonori e di contenuto, ma di assoluto prestigio.

Un esempio tipico di band riconducibile a tale schema di definizione sono i Reflue e sicuramente di tutto riguardo e rispetto e’ il trattamento che riservano al beneamato pop. Iniziamo dicendo che i parmensi viaggiano lenti e guardano ben oltre la cortina di una melodia fine a se stessa per proporre una rielaborazione attiva di un sound che va dai Grandaddy a David Sylvian passando per l’ultimamente molto in voga Howe Gelb. C’e’ quel tanto di malinconia che basta per citare un’umanità travolta dalla monotonia del tempo e dalla poesia della bellezza (Piccola Dea) senza cadere nella retorica dei testi fintamente intellettuali o innaturalmente “allusivi senza dire”, gonfi d’aria come usa fare la maggior parte dei gruppi italiani da Sonica (piccolo gioiello di espressionismo passivo musicale) a questa parte. Election Day, A Perfect Day To Win e Nonsense poggiano su di un chitarrismo spoglio, fluido; mentre la già citata Piccola Dea, Killer Bob e La Legge Dell’Eccesso spargono il loro suono sullo scorrere di una dinamica ritmica interessante che a tratti ricorda il trip-hop vecchia maniera e le sue cose migliori (Massive Attack, Portishead) restando comunque su delle coordinate dichiaratamente pop ma non per questo meno intense e tirate dei nomi ben più noti.

Dicevamo delle parole: colpisce la scorrevolezza del messaggio che va di pari passo con la musica; i testi hanno un loro peso specifico e da sole non avrebbero forse lo stesso significato che invece acquistano quando a reggere il gioco c’e’ una sottile trama melodica coinvolgente ed ammaliante. Forse l’unica pecca e’ una pronuncia dell’inglese alquanto approssimativa che non rende pienamente merito ad una scelta stilistica coraggiosa come quella di mischiare la nostra lingua con l’idioma anglofono. In conclusione un gran bel lavoro che tocca diversi punti nevralgici della musica dei nostri tempi e non dimentica di contribuirvi con un tocco personale ed intimista. Forse sfiora appena la musica – ma lo fa con classe ed assoluta trasparenza.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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