In Flames — Soundtrack to your escape

Pubblicata da Kronic, April 12, 2004 → vai all'originale

Questo e’ senza dubbio il peggior disco che gli In Flames potessero mai partorire. Lontani anni luce dall’equilibrio melodia-potenza del glorioso “The Jester Race” ed abbandonate quasi del tutto le velleità innovative di un metal sempre sul filo di una tensione melodica costruita in modo quasi sinfonico, la band svedese riproduce stancamente se stessa riciclando vecchie attitudini senza averne più il piglio, la freschezza amara di un territorio di confine non ancora esplorato e per questo emozionante e glorioso.

Non c’e’ piu’ nulla di nulla e non resta che prenderne atto. Forse gli In Flames sono sempre stati una fantastica promessa che ha smesso di credere in se stessa nel momento in cui, appagata, ha iniziato a volgere lo sguardo al mercato dimenticando le proprie radici di un metal spurio ed artisticamente ibrido. Un paragone tra “Soundtrack To Your Escape” e gli esordi e’ inutile quanto impietoso, ergo non dovrebbe venir affrontato in sede di recensione ma, e’ innegabile, l’anima “romantica” ha abbandonato il quintetto di Goteborg lasciando la musica spoglia da essenze caratterizzanti e vitali a vantaggio di uno scialbo metal senza nerbo ne’ vigore. Piu’ in particolare, se andiamo ad analizzare traccia per traccia, scopriremo come sono tutte assolutamente perfette, quadrate, lineari. Nessuna concessione al caso, totale mancanza di istinto e quindi poco spazio per il rischio ed il coraggio che aveva contraddistinto il monicker anni addietro.

Musicalmente siamo in un limbo sperduto tra “Reroute To Remain” e “Clayman”, dove il fattore di mediazione e’ un heavy-rock impreziosito da accelerazioni improvvise che portano tutte, o quasi, ad una soluzione melodica quasi mai vincente o convincente. L’opener “Friend” ha almeno il pregio di tentare di rinverdire vecchi fasti ma e’ un’illusione che dura lo spazio di qualche minuto perché subito dopo ci si immerge nel singolone “The Quiet Place”, il quale può sicuramente piacere e risultare efficacemente melodico e memorizzabile, ma il problema e’ che gli In Flames ci avevano abituati a ben altro e la differenza si sente. Eccome. Le vocals non seguono più l’intento di guidare la linea melodica dei brani con i loro growl filtrati e corrosivi: le alternanze si fanno drasticamente rilevanti, la parti melodiche, quasi sospirate, intessono ricami assai poco interessanti e memorabili per tutta la durata del CD che, duole dirlo, ha lo stesso identico tempo per tutta la sua durata !

A volte sembra di stare ad ascoltare un catalogo di buoni riff caduti nelle mani di una band che non sa cosa farsene, che non sente il dovere di farne qualcosa di costruttivo se non relegare gli aspetti piu’ puramente metal in secondo piano a favore di un’attitudine nu-qualcosa facilmente digeribile dai fans di lunga data. Sembra quasi che la sindrome-Korn abbia colpito e ci si accorge di aver perso una grande band soprattutto quando e’ il momento di “Evil In A Closet”, una ballata scialba ed insipida, che ha il potere però di preparare alla parte migliore del CD: il finale. Le ultime tracks infatti mostrano una band in leggera ripresa con tracks come “In Search For I”, “Dial 999” e l’ottima “Bottled”. In conclusione un’assoluta bocciatura per una delle metal bands migliori in Europa. Non si sentiva assolutamente il bisogno di un’altra delusione in un momento così avaro di buone uscite da far rimpiangere persino un altro disco dei Metallica, l’ennesima sensazione black metal e quel sano, strano sentimento di tristezza che ci pervade ogni volta che muore qualcosa di bello.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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