Wrong Object, The — Stories from the shed

Pubblicata da Kronic, Oct. 1, 2008 → vai all'originale

Per un volgare scherzo del destino ho messo su i The Wrong Object subito dopo aver ascoltato “Mingus Ah Um” mentre leggevo un libro guardandone le figure. Sarebbe un pó come capitare per caso ad una festa in casa di sconosciuti dopo i fuochi d’artificio di fine anno. Eppure ascolto “Stories from the Shed” per la quarta volta di seguito senza capire perché non riesco a smettere. Certo: esiste la possibilità che io non abbia niente di meglio da fare o che mi sia addormentato sul Mac sognando New Orleans sotto la neve e c’é persino l’opzione che mi vede completamente soggiogato dalla sensualità dei ritmi caldi e imperfetti della band belga. Il dubbio resta e l’unica maniera di scioglierlo é capire se quest’album é un mezzo capolavoro o meno.

La verità, come sempre, sta nel mezzo dell’album e in questo caso si chiama “Malign Siesta” ed é il kindergarden dove i belgi giostrano sul filo di un ritmo che puó sembrare sudamericano ai più stolti di noi ma che invece richiama il jazz del Mingus di cui sopra e lo fa appoggiandolo su di una struttura progressive pericolosamente sbilanciata verso uno Zappa metropolitano e loquace come non mai.

The Wrong Object é un intreccio di chitarre, sax, trombe, flicorni, elettronica varia e percussioni ragionate. Un paragone moderno puó forse essere fatto coi Jaga Jazzist di “A Livingroom Hush” a cui vada aggiunta della sperimentazione o uno schiamazzo notturno ad opera di un Coltrane ubriaco a zonzo coi King Crimson. Per una volta peró proporrei di fregarcene di fare nomi e dare fiato alle invettive simil-gitane di “Sonic Riot at the Palate” o alle bordate rumoriste di “Strangler Fig” le quali sanno spiegarsi meglio di me che ancora non capisco se mi sono perso sul serio e chiedo informazioni ad una “Rippling Stones” che di certo non mi aiuta.

Per i più noiosi di voi: i The Wrong Object annoverano (a ragione) influenze come Béla Bartok, Soft Machine, Aka Moon e dalla loro nascita nel 2002 hanno sicuramente preferito l’attività live a quella in studio facendo uscire 3 album che contano sulla collaborazione di gente come il compianto Elton Dean (Soft Machine – ancora loro !), la sregolata Annie Whitehead e il leggendario Harry Beckett. Il resto é storia futura che parte dal passato e arriva tra le mani del quintetto belga che, bontà loro, ne fa quel che più gli aggrada e nel percorso lascia cadere una gemma come l’album che per la sesta volta é nel frattempo ripartito nel mio lettore.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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