Slipknot — Vol. 3: (The Subliminal Verses)

Pubblicata da Musicboom, June 11, 2004

Togliamoci immediatamente un dubbio nella maniera più secca ed effettiva possibile: questo CD non è The Dark Side Of The Moon del metal. Questo CD è un onesto prodotto del mercato heavy americano d’alta classifica. Ci sono tutti gli ingredienti per farne un bel disco da ascoltare in auto, a casa, in soffitta o sotto il letto e se dessi il massimo dei voti nessuno avrebbe da obiettare. Dal momento però che preferisco riservare il campionario delle lodi ad occasioni eccezionali, mi riservo la facoltà di dare un giudizio sincero e onesto. Questo è un disco assolutamente fiacco.

Ho sempre pensato che il confine tra maturazione artistica ed addolcimento senil-economico non sia poi così labile come qualcuno vorrebbe farci credere ma che invece esista marcato e ben delineato da quelle note di stampo qualitativo, riscontrabili magari non subito, ma che comunque ci fanno quasi universalmente distinguere il capolavoro dalla fesseria e, restando in tema, questo album non è ascrivibile nè all’una nè tantomeno all’altra categoria. La produzione di Rick Rubin bilancia il sound in una maniera forse più nitida di quella usata da Ross Robinson per Iowa ed è forse questo che rende il groove più distante, meno immediato e più filtrato, non solo metaforicamente, dagli innesti chirugicamente apposti dal deus ex-machina di Slayer e Johnny Cash. Il livello medio dei toni della chitarra si innalza, il suono si asciuga e, se da un lato acquista in pulizia e dinamicità, dall’altro perde in spessore, emotività e groove. Il vero, grande punto debole di questo album è però la prolissità, la voglia di citarsi e citare, l’estremo bisogno di stirare le proprie possibilità andando “oltre”, più lontano del lecito alla ricerca di un consenso che non spetta agli Slipknot, che non compete loro semplicemente perchè sono e restano una band di metal standard e prevalentemente poco nuovo ed efficace; troppo poco per passare alla storia. Manie da Pink Floyd o meno.

Se dall’intro si capisce subito che stavolta qualcosa andrà per un altro verso (complice la connotazione simil-country che rimanda agli Stone Sour), nei minuti a seguire cambia ben poco e ci troviamo dinanzi il solito Slipknot sound spacca-ossa in cui l’adrenalina prende il posto di qualsiasi buona intenzione, il feeling si ingrugnisce e la band torna a fare ciò che le riesce meglio non toccando di una virgola le atmosfere che ne hanno fatto la fortuna. The Blister Exists, Three Nil e il singolo Duality hanno quell’impronta inconfondibile che nel corso dell’ultimo lustro ha modellato il brutal americano e l’ha spinto sotto le grinfie dell’hardcore generando una sorta di crossover estremo ma perfettamente quadrato e forgiato appositamente per il mercato e i media – elemento quest’ultimo di cui gli Slipknot conoscono fin troppo bene i meccanismi e le scelte. In Circle sembra invece di ascoltare gli Staind col loro corollario di archi, tamburelli e cori per supportare un brano che porta con sè una melodia assai povera e così poco interessante da sembrare spiazzante. La “svolta” di cui si parla da mesi non può essere questa, non ci si può auto-celebrare per regalare al pubblico un lentone noioso e poco incisivo come questo; ed è forse per questo motivo che il buon Rubin ci mette una pezza ed inserisce una meccanica loop davvero interessante che, però, muore di lì a poco per dar spazio di nuovo al buon vecchio metal assassino di Welcome.

Lasciando scorrere i minuti si evince come questa volta si sia lasciato più spazio alla vocalità, alla modulazione, alla scansione delle parole (i testi no, quella è un’altra storia) assecondando un sound che tende inesorabilmente a rallentare (Vermillion, Before I Forget, The Virus Of Life) perdendo inevitabilmente in durezza e non riuscendo al contempo in quel passaggio vitale tra adrenalina e maturazione. Il suono resta lì, inespresso tra i due poli entro cui si muove non riuscendo ad essere nè l’uno nè l’altro e fortunatamente non lambendo neanche la catastrofe. Vermillion Pt.2 è forse l’episodio migliore ma è una normalissima (bellissima) ballad di quelle che infarcivano i dischi metal di una volta (di solito era la traccia 5…) che nulla aggiunge o toglie a quanto già detto, cantato e scritto da vent’anni a questa parte.

Sorvolando l’inconcludente e noiosissima The Virus Of Life si arriva forse al passo che gli Slipknot avrebbero voluto intraprendere davvero liberandosi dai dettami, dalle briglie dei connotati che gli riconosciamo ed attraversare il limbo dell’elettronica giustamente fine a se stessa e non più come contorno o orpello di cui tante volte faremmo a meno.

Ma è troppo tardi: il CD è finito, è tornato il silenzio che spinge via l’adrenalina e riporta su di sè l’attenzione. Quello che resta è tutta roba che già avevo e non ricordo davvero nulla di quello che ho appena ascoltato; ed ogni volta che succede non e’ proprio un bel segnale.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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