Ulver — Wars of the Roses
Pubblicata da Ritual, Dec. 1, 2011
Personalmente non ho mai compreso l’idiosincrasia degli artisti e quella, solo apparente, della stampa, nei confronti delle definizioni, delle etichette. Tutti le disprezzano ma non se ne può fare a meno. Se è ‘bianco’, è ‘bianco’; se è nero, è ‘nero’. D’altronde anche i colori sono percezioni, non sono materia: non sono altro che stimoli, sensazioni, vibrazioni. Eppure definire gli Ulver nel 2011 resta compito arduo e controverso poiché il prisma in questione riflette l’influenza di spazi e luoghi lontani tra loro. Per fare bene il nostro lavoro potremmo limitarci a descrivere ‘The Wars of the Roses’ come un tentativo (ben riuscito)di riproduzione (e non produzione) di generi quali il progressive, l’ambient, la psichedelia, il trip hop e l’avanguardia. Avremmo detto la verità e la recensione non avrebbe poi molto da aggiungere. Invece la luce attraversa il prisma in maniera del tutto casuale e genera un caos da cui si riconoscono frammenti di pop e poesia allo stato puro, particelle elementari dal respiro intenso e indefinito che prendono forma in tracce come ‘Providence’ o ‘England’, la cui colpa, se sussiste, è melodica e immateriale come solo un genere effimero ha diritto di essere.
I versi di Keith Waldrop in ‘Stone Angels’ sono anch’essi un’immagine divinamente fuori fuoco, a metà tra le composizioni metriche e una prosa asciutta e musicale allo stesso tempo. ‘Wars...’ è forse l’album più organico degli Ulver da 10 anni a questa parte. Ha la bellezza e l’eleganza del caos, di qualcosa che succede all’improvviso e qualcuno ferma su musica in un dato momento. La fisica del caso non conosce ragioni.
Alex Franquelli
2 months, 2 weeks ago