Himsa — @ Barfly, London (UK)

Pubblicata da Kronic, Sept. 9, 2003 → vai all'originale

Esiste da qualche anno una voglia nervosa e chimicamente instabile di violenza e follia che pervade le energie (siano esse positive o negative poco importa) dei “kids” del nuovo millennio. La vita musicale degli ultimi decenni del secolo scorso e’ passata dal progressive al punk fino all’elettronica, al grunge e ad altre centinaia di contaminazioni possibili. Ora sembra quasi che non resti che tornare alle basi dell’estremo riadattandolo a quelli che sono gli stilemi del tempo in cui, volenti o nolenti, viviamo.

La lezione l’hanno imparata fin troppo bene i Last Hour Of Torment, che nell’ora scarsa del loro concerto sciorinano un repertorio simil-Iron Maiden con cantato grind ed attitudine e look hardcore. Insomma: un po’ di tutto per un’ora e mezza di niente per non scontentare nessuno e, piu’ di tutti, gli amici rimastigli fedeli anche dopo l’ultimo concerto scolastico. Qualcuno di loro prova ad accennare un pogo o un mosh pit ma si vede lontano un miglio che c’e’ piu’ gusto a farlo nella palestra della scuola, quindi il tutto muore automaticamente, e dopo vari tentativi, dopo appena pochi secondi.

Finita la farsa da III C, spente le luci, vibrazioni di Tool nell’aria: il tipo strano poggiato dinanzi a me mi chiede se mi sono piaciuti. Losmosi corre sottile nel feedback di parole e urla di un pubblico sinceramente stufo di ossessioni adolescenziali di quartordine mentre il tipo (con berretto di lana con stemma dei Bauhaus e guanti - nel giorno in cui a Londra si registra il record storico di calura) si sgancia dal muro a cui e` rimasto appoggiato per due ore e cammina incerto verso lo stage. Afferra il microfono, biascica qualcosa al pubblico e, in un americano sussurrato decide che la festa puo’ iniziare. Ed e’ subito apice: 70 minuti di acredine col mondo condensata in attimi di furia pura mista a sudore. Si parte con l’ipnotica Dominion, seguita a ruota da una Kiss OR Kill devastante e devastata dalla rabbia seducente del combo di Seattle. Nulla di nuovo: luoghi comuni del metallaro comune che si intersecano con sentieri oscuri e pericolosi battenti bandiera inglese primi anni ’80. E’ la volta di un contatto col pubblico e la voce Pettibone scende ad incitare la “piazza” spingendo e colpendo gli astanti.

Stilemi vecchi e ritriti? Pose demagogicamente scorrette? ce n’e’ abbastanza da accendere un dibattito e forse qualcosina di piu, ma gli Himsa sanno fare tutto cio’ come pochi altri. Incuranti del grottesco lasciano addirittura introdurre una furibonda Rain To The Sound Of Panic dalla voce di Tom “Slayer” Araya in persona (ok, lui presentava Die By The Sword ma in pochi l’hanno notato…); quando ad un certo punto mi volto soddisfatto e noto che la folla e’ pericolosamente ferma e composta. La verita’, senza giri di parole, e’ che non ci si diverte piu’. Si cerca l’estremo ed una volta davanti agli occhi questo assume le sembianze della vita di sempre, dello smembramento del proibito e del male apparente.

Che male puo’ fare una band satanista col vizietto dell’occulto quando a un clic dalla propria scrivania c’e’ il defloramento di ogni tabu’ e perdizione ? I Nostri si lasciano andare un po’ troppo ad una retorica retro’ che puo’ far bene solo ai nostalgici e a chi pretende di esserlo. Al concerto non resta che regalare altre perle di violenza come Midnight Breaks e A Girl In Glass che pestano assatanate come martelli sul fegato. C’e’ il tempo solo di un saluto e un bis veloce prima di tornare alla violenza quotidiana – forse piu’ cattiva e perversa - ma di sicuro piu’ silenziosa, noiosa e triste. Forse con gli Himsa non nasce un nuovo filone metal ma di sicuro ribadiscono il concetto...

(recensione pubblicata anche da Dedication e RockOn)

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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