NME Awards (Funeral For A Friend + The Rapture, The Von Bondies, Franz Ferdinand) — @ Brixton Academy, London (UK)

Pubblicata da Kronic, Feb. 7, 2004 → vai all'originale

C’è qualcosa di Brixton che non esiste da nessun’altra parte di Londra. Alle 7 di sera sono solo carte che volano per terra, manifesti che si reggono per un errore della fisica su muri di vicoli lasciati a loro stessi, pusher che ti inchiodano per mostrarti un inventario degno di un Piccolo Chimico tossico e molto dipendente e tanta, ma tanta gioventù sdraiata a pensare ai perché di una vita grama e smarrita.

Dal caos dell’ingresso percepisco di essermi perso qualcosa quando il boato saluta le note finali di Jaqueline dei Franz Ferdinand e capisco di non aver assistito per lo meno all’inizio del concerto di uno dei gruppi dell’anno. Poco male perché ho l’occasione di entrare a giochi già iniziati e, per una serie di fortunate coincidenze, ho il primo impatto con l’Academy dall’alto e quello che vedo è da brividi. Un parterre gremito all’inverosimile che sembra annegare tra i colori delle luci e, seminascosto, sembra perdersi tra fumi che quasi accecano dilatando allo stesso tempo l’atmosfera e rendendo il tutto simile ad un girone infernale. Allegro però.

I Franz Ferdinand fanno il loro dovere snocciolando l’intera scaletta dell’ultimo, omonimo lavoro e mi fanno da subito una buona impressione. Dal vivo sembrano voler “attutire” di proposito ogni spunto vintage per lasciare il campo ad una solida spinta punk rock davvero invidiabile. Il pubblico chiama ed una band al top della forma risponde con una performance ottima e clamorosamente al di sopra di ogni mia più rosea aspettativa. Shopping for blood, Tell her tonight dall’EP Darts of Pleasure scandiscono un concerto davvero intenso e vibrante fino all’ultimo. Esempio questo più unico che raro di band che funziona meglio dal vivo che su disco.

Seguono i Von Bondies e le cose cambiano parzialmente. A mio parere è una band ancora troppo giovane e forse un poco sopravvalutata che non sembra avere il pieno controllo di se stessa dal vivo. Danno forse l’impressione di essere giunti in alto troppo presto forse proprio a causa del tanto bistrattato Jack White che, almeno all’inizio, li aveva presi sotto la sua guida (ok, poi ha pestato a sangue il cantante ma quella è un’altra storia). Anche loro di Detroit e lo si sente dal blues acido che rivela un’infanzia scandita dai colpi di Jon Spencer , Stooges (per loro stessa ammissione a fine concerto) e vitamine. In poche parole: non mi entusiasmano per niente e, contrariamente a quanto detto per i Franz Ferdinand, li trovo più convincenti su disco che live. Forse perché una mega produzione coi fiocchi fa bene a tutti ?

Per fortuna c’è chi mette d’accordo ogni palato. Una presenza live da mostri sacri, un disco paurosamente bello e “nuovo” e delle facce che vengono davvero male sulla carta patinata. In poche parole sto parlando dei The Rapture, i quali infliggono una staffilata sonora ai giri di parole, al “detto e non detto”, al gusto per il vintage di ventenni imberbi, alle mezze citazioni lasciate a loro stesse e a quell’approccio rock ‘n roll da veri animali da palco che hanno ormai parecchie bands. Tranne quelle rock ‘n roll. A tutto ciò aggiungono una miscela fatta di punk e funky come non se ne sentiva da tempo ed un entusiasmo degno di una band che al successo è arrivata lentamente e con giudizio. Forse la differenza è tutta lì e forse se l’antipasto fosse stato diverso non avrei sentito una differenza così abissale ma tant è : mi ritrovo a gustare un sax (all’apparenza) squinternato che fa da eco ad una ritmica assassina e ad una voce che impersonifica una nevrosi elegantemente bislacca. A tratti (parecchi tratti...) mi ricordano i Public Image Ltd. di qualche anno addietro, i Fugazi di Repeater e, perché no, quei Girls Against Boys che abbiamo dimenticato troppo in fretta. Sister Saviour è un boato di elettricità di un pubblico in visibilio, Olio, Heaven e, soprattutto, Open Your Heart sembrano essere state scritte per essere suonate in questa dimensione quasi da rave cittadino o, se volete, da happening fuori le righe. Sono chiari i riferimenti ad altre bands degli anni ’80 come gli Happy Mondays o i Gang Of Four ma quello che più conta è che tutto è rielaborato in una chiave moderna alla luce di un punk determinato ed aggressivo. Un’ottima prestazione degna di uno dei gruppi dell’anno appena passato e, sono pronto a scommetterci, la vena artistica del quartetto è destinata a non esaurirsi nel giro di pochi mesi.

Torno con i piedi ben piantati sulla terra, una birra, l’ennesimo spot di NME sui maxi-schermi ed è già tempo di Funeral For A Friend. Non li avevo ancora visti sul palco ma inizio a capire il perché della formidabile densità di popolazione di adolescenti in un bill che, altrimenti, sarebbe stato più adatto ad un contesto leggermente più adulto. Sono il gruppo migliore per chiudere il cerchio (certamente non la serata) melodico di questa serata. Il loro set aggressivo combina quanto si possa sentire oltre oceano (Finch, Billy Talent e AFI) con una sensibilità tutta europea per la melodia e non è un caso se all’inizio qualcuno li aveva paragonati ai Glassjaw mentre ora sembrerebbero non avere nulla a che vedere con la band di Long Island.

Non che questo sia per forza di cose un male ma a mio giudizio perdono gran parte del loro potenziale disperdendolo in canzoni davvero di ottimo livello ma quasi totalmente prive di personalità e di quell’impronta efficace e significativa che discrimina un buon gruppo da una grande band. Sembrano sempre sul punto di esplodere, vicini ad un potenziale “hit” che però non arriva sebbene ci sia tutta la buona volontà lodabile finché si vuole ma, in fin dei conti, vuota e poco efficace. È un peccato perché la musica prende quanto di buono è uscito in questi ambiti negli States negli ultimi anni. Per i poco affini se ai Deftones sottraiamo i Linkin Park possiamo andar vicini non solo a quella che è la proposta musicale dei gallesi ma anche alla loro resa sul palco. Insomma: un buon concerto che si snoda senza traumi o squilibri di sorta per quella che potrà essere un’ottima band nel futuro se solo imparasse ad essere se stessa ricordandosi del fatto che l’Europa vive un’esistenza propria (per fortuna – ancora) e ottimi brani come Rookie Of The Year, Juneau e Moments Forever Faded stanno lì a dimostrarlo.

Il pubblico segue, applaude e ringrazia per l’impegno. Forse e’ tardi e Brixton non e’ il posto migliore dove restare – sarà per questo che si svuota lento con la stessa velocità con la quale arriva l’ultimo metrò. E fa un pò malinconia.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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