Turbonegro — @ Mean Fiddler, London (UK)

Pubblicata da Kronic, Dec. 8, 2003 → vai all'originale

“Tutti dicevano che non saremmo durati, che la nostra musica era troppo ridicola e così poco catalogabile e che dovevamo cambiare il look e i nostri modi di fare ed essere per poter dire di esistere” Annuisco stupefatto dalla velocità sopraffina con la quale mi cade addosso il pensiero e mi arresto come freddato dalla foga del mio interlocutore che quasi mi travolge e mi sovrasta così preso dalla foga del momento. “La gente diceva che eravamo una barzelletta e che non saremmo andati più in là di Oslo. Beh, amico mio; siamo a Londra e spero proprio che tu rida stasera !” Mi ha convinto: gli do la mano e gliela stringo senza parlare troppo e senza perdermi in elogi. La figura del singer Hank Von Helvete e la sua convinzione vale da sola il prezzo del biglietto e resto affascinato dai modi lo stesso gentili ed affettuosi che emanano simpatia ai 4 venti. Mi volto un attimo e mi distraggo tra sandwich al tonno, denim e cuoio ed è già il momento dell’intro di “The Blizzard Of Flames” che sembra caricare a meraviglia il pubblico adorante ed impaziente come non mai.

Pochi secondi; una bandiera norvegese viene calata sul palco e mi ritrovo da solo in mezzo a migliaia di marinaretti, glam rockers e chissà che altro ad attendere che la Turbojugend, accorsa a Londra da ogni parte d’Europa, mi travolga del tutto all’arrivo dei suoi mentori. Dal buio esplodono colori e suoni taglienti come schegge elettriche impazzite: i Turbonegro sono sul palco e non si muoveranno da lì che due ore più tardi. Due ore da antologia del rock, sangue (finto) e sudore (autentico) da raccontare e, soprattutto, spiegare a chi la musica (concetto incorporeo e vivo) la chiude in una definizione fine a se stessa perdendone il significato originale. Quest’ultimo ti arriva in testa violento e crudo quando sul palco ci sono i norvegesi ! “Wipe It ‘Til Bleeds” è già abbastanza per capire cosa voglia dire adrenalina e passione nella musica; la folla si muove incontrollata e rapita dall’impatto live del combo e sembra non accorgersi di come la foga dell’inizio abbia letteralmente fuso il rullante del drummer sotto colpi potenti, alcolici e rabbiosi. Euro Boy diviene il punto focale con la sua dinamicità anarchica e all’apparenza confusa, mentre “Turbonegro Must Be Destroyed” infuoca la platea a tal punto da rendere impossibile una chiara visione di ciò che accade sul palco.

Sembrano tutti inni, tutti classici del rock; ogni singolo brano ha la sua storia e vive la sua esistenza rapida nello spazio di quei 3 minuti che permettono al gruppo di mettere in pratica ogni singolo luogo comune del rock con ironia e devastante simpatia. “Ride With Us”, “Denim Demon” e “Gimme Some” sono intervallate da siparietti nei quali Hank mette a dura prova il self-control inglese mettendo in discussione in 5 minuti complessivi la sovranità della Regina, la virilità della Nazionale di rugby e le abitudini più radicate nello stile di vita britannico. La cosa sta per diventare pesante quando, provvidenziale, Happy Tom distoglie l’attenzione del pubblico introducendo la proverbiale “Fuck The World (F.T.W.)” ed ognuno sembra dimenticarsi di quanto appena avvenuto affogando i pensieri in un unico coro da brividi. Il resto sono i bis (immancabili) di: “The Age of Pamparius”, “Don`t Say Motherfucker, Motherfucker”, “Are You Ready (For Some Darkness)” e “I Got Erection”.

Il pubblico non chiede di più ed il silenzio sembra aver pervaso ogni singola spazio all’interno del locale. Qualche applauso ancora fatica a spegnersi mentre le luci si riaccendono e un’orrenda musica simil-reggae sembra spingere una folla di rockers stanchi verso l’uscita. Stordito mi viene alla mente la simpatia travolgente di Hank Von Helvete e le sue mani che volteggiavano veloci pericolosamente vicino a me. I Turbonegro sono una realtà imprecisata e singolare all’interno del panorama rock moderno.

Il concetto me lo ribadisce un tipo che mi abbraccia poco prima di svenire per terra. Da principio sembra che mi chieda qualcosa - poi, con un sorriso estatico sulle labbra, crolla a terra continuando a cantare di erezioni e stati di grazia. Lo aiuto a rialzarsi e lui mi ripaga cantandomi “I Will Never Die”. Certo è che se di barzelletta di tratta abbiamo più di un motivo per non riderne. Siamo pronti per il dominio sul mondo della Turbojugend: sotto l’egida gagliarda di una grande, enorme risata. Fuck The World.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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