Hanoi Rocks — @ Shepherds Bush Empire, London (UK)
Pubblicata da Kronic, Sept. 30, 2003 → vai all'originale
LABC del Rockn Roll, XYZ: il Rock emorto. Limpressione egrandiosa: 5 individui ed un suono bisbetico (quasi primordiale), paillettes, lustrini, lasta del microfono argentata, i salti a tempo dalla pedana della batteria, capelli cotonati ed ancheggiamenti sessualmente pericolosi. Tolto cioresta un concerto immenso di una band storica dello street losangelino made in Helsinki. Eh gia perché li guardi, li ascolti parlare e ti chiedi che cosa abbiano a che fare con la Finlandia ed il suo sound, la Scandinavia e la sua storia fatta di melodie storiche (Abba) e cacofonie brutali (per questo alcune divine) di metallari indolenti e ribelli.
La storia degli Hanoi Rocks e` imbevuta di whiskey e America come una sindone alcolizzata ridente ed immorale: come andare da Ekaterinkatu alla Route 66 e non sentire il peso del tempo e dello spazio nella testa - o più semplicemente un tributo al blues baciato dal rock marcio e stradaiolo alla Mötley Crüe e Faster Pussycat.
Il concerto si sviluppa prendendo le mosse da un primo impatto volutamente pacchiano ed eccessivo come lIntro di violino e lopener People Like Me che introducono la band alla volubilissima platea dello Shepherds Bush Empire. Michael Monroe ha dalla sua il fascino del rocker leggermente invecchiato ma ancora vocalmente e ginnicamente sulla breccia come un passero nella migliore delle sue primavere. Salta, si agita, si arrampica sugli ampli esterni e fa le spaccate come da copione di un vero rocker nellesibizione della vita.
Andy McCoy esotto leffetto di qualcosa di strano, forse una febbre, ma le pupille dilatate e rosse ed un sudore copioso tradiscono lassunzione di losche polveri pseudo-medicali e la sua voce obliqua lamenta qualcosa in una lingua biascicante discorsi sulla splendida serata e la bellezza delle donne inglesi... Il resto e pure divertimento glam allennesima potenza sparato dallalto di una storia pluriventennale e di un impatto live incredibile e molesto come pochi.
Il rock n roll, dicevamo, e morto da quando bands come gli Hanoi Rocks hanno imparato ad assimilarne i dettami alla perfezione e riescono, nel giro di quasi due ore di show, a concentrarne i luoghi comuni, liconografia decadente e la (finta) autodistruttivita. Un genere muore quando nascono i suoi cloni, quando perde di unicità e qualcuno o qualcosa riesce nell`impresa di celebrarlo - convinto di festeggiarne la vittoria - ne sta invece decretando la fine.
Se di morte si tratta ecomunque un bel perire sotto i colpi di Moonlite Dance, Delirious e New York City; per un concerto che ha visto la band salutare per tre volte gli astanti e con altrettanta frequenza calcare il palco di nuovo alla ricerca del giusto finale per quello che, almeno da qualche presente, e stato vissuto come un evento. La folla li applaude e ne attesta il trionfo in un modo e con un affetto davvero non comuni non solo da queste parti; sembra che questo convivio di ex motociclisti, rockers testardi, fanciulli imberbi ed alterati, donnone avvolte in spandex rosa, seguaci dellultimora non riesca ad averne abbastanza ed invochi fino allultimo la splendida In My Darkest Moment che, il nostro Michael, scrisse in ricordo della moglie (ed ex manager) morta qualche anno fa. Sembra che il vociare si plachi e che le mani smettano di muoversi in un applauso che continuava quasi ininterrottamente dallinizio del concerto. Monroe monopolizza gli sguardi e gli obiettivi e, forse complice lassonanza tra i due nomi, mi viene in mente Marilyn Manson ed il suo "vampirizzare" le folle: sono entrambi due intrattenitorinati ma quello che lamericano non avramai e qualcosa che il finnico non si diverte neanche troppo a sventolare e cioè il lato intimista più sofferto che traspare nella ballad di cui sopra e negli atteggiamenti da rocker navigato ma a tratti fintamente euforico ed intimamente triste.
Alla terza tornata di bis, allimmancabile proposizione di Oriental Beat, allestemporanea esibizione di un non meglio identificato chitarrista newyorchese, la band sembra averne abbastanza e fila via guardandosi ancora una volta indietro. Come in un sogno. Iniziato chissà quando nel freddo gelido di un momento di venti anni fa e lontano dal sole come la notte artica piu’ pura. In un puro stile rock losangelino.
Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago