Vaux — @ Underworld, London (UK)

Pubblicata da Kronic, March 8, 2004 → vai all'originale

All’omone all’entrata sta per prendere un accidenti. Non credo sia il gestore ma si scalda (eufemismo per una notte londinese come questa) per la scarsa affluenza cercando tra i passanti un aspirante spettatore, un indizio di fan, uno straccio di giornalista da accreditare. Mi presento io con il mio 1+1 ed é subito festa. Pacche sulle spalle, sorrisi che fluttuano e nell’aria sembra di ascoltare un walzer di Schubert in un orgasmo di gentilezze ed amenità assortite.

Se c’é una band che stasera non mi aspetto di vedere sono questi WE. Non so se sia un’abbreviazione o quale tipo di concezione mistico-sociale ci sia dietro questo monicker ma quello che ho l’occasione di ascoltare é puro stoner rock desertico (con tanto di copricapo indiano indossato dal cantante nel finale di set) bruciato dal sole infuocato…di Norvegia. Provengono infatti da Oslo e sono eccessivi, pacchiani e la loro proposta scivola via come l’acqua dopo pochi minuti di rapimento mistico (del cantante) e piena partecipazione (sempre del cantante) con ovvio e sano spasso assicurato (per noi e per il cantante, ovvio). Una trentina di minuti di grandioso niente che non scorderò, vuoi perché siamo così pochi che dopo un pò mi sembra di conoscere tutti, vuoi perché l’Underworld é sicuramente un signor Locale costruito attorno ad un palco piccolo ma perfettamente incastonato nel buio della sala e della musica.

Questa sera sembra tutto così rilassato e fluido che i Vaux salgono sul palco uno ad uno inserendo placidi i cavi della strumentazione, provando ancora una volta il soundcheck per la batteria ed imprecando civilmente contro il mondo e la vita. Sono attimi ed é subito notte di nuovo quando la luce cade sotto i colpi assassini di “Set It To Blow” ed i vocalizzi infernali di un Quentin Smith in splendida forma afferrano l’aria seguendo un movimento fisico sconnesso, impercettibilmente lucido e lisergico del corpo che quasi sembra perdersi tra le ombre per riapparire in piedi sull’orlo di una spia come in attesa della caduta.

I Vaux fanno dannatamente sul serio e lo si capisce da come il sestetto sta sul palco, da come sembra esservi salito per restarci e da come suonino tremendamente bene tracce come “Ride Out Bitch” e “Broke The Brakes” facendomi capire di cosa parlassero i media americani quando si riferivano ad una band dal futuro assicurato se solo riuscirà a mantenere le promesse fatte in serate come quella di stasera in cui lo spirito del punk sembra essersi incarnato in una mezza dozzina di ragazzini tremendi ed irrequieti. “Do It For Sixty”, “On Love and Cars” e “We Speed” fanno sembrare il mondo un inferno glaciale, una palla inerme nel cerchio buio dell’universo. Inutile dire che la parte migliore di un set volutamente breve sia il finale: 5 minuti di furia punk e rock (non emo-core, per carità) in cui la tastiera di Greg Daniels disegna astrazioni vive e vere come un gioco finito male.

C’é chi li paragona agli Hives, chi invece in loro vede i nuovi Poison The Well: sta di fatto che i Vaux hanno dalla loro un’ età che non potrà fare altro che giovare loro soprattutto in vista di un prossimo album previsto a fine anno. Termina tutto troppo in fretta. Senza accorgermene il pubblico ha gremito la sala per tutto il tempo della loro esibizione, c’é ora gente arrampicata sulle ringhiere e con piacere faccio fatica ad avvicinarmi all’uscita, dove un uomo grande e grosso ha preso sonno su una sedia e non si accorge nemmeno del mio passaggio. Il sogno svanisce quando apro la porta e la parte più gelida di Londra penetra all’improvviso nella sala svegliandolo ricordandogli che non é venuto ancora il tempo per dormire – almeno finché non chiuderà la porta dietro di sé per entrare nella notte.

Alex Franquelli
8 months, 4 weeks ago

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