London Loves # 8
Pubblicata da IndieForBunnies, Dec. 14, 2011 → vai all'originale
Tre, due uno, tre, due, uno. Il tempo non finisce e la sua cadenza è dispara sotto la luce dei lampioni, tra le insegne mezze spente, sopra l’asfalto screpolato e vicino ai rivoli oramai quasi asciutti di pioggia e gente che sparisce tra le pieghe dolci del buio. Il conto alla rovescia non si consuma più: è divenuto una fila interminabile di numeri in serie da 3 intervallati da nulla. Tre, due uno, tre, due, uno. Chi vive in 4/4 resta fuori: la routine ci ha abbandonati con la festa che è finita un giorno come tanti di 3 anni fa e l’eco degli schiamazzi ha finito per coprirne il ricordo. Chi viveva al di sopra delle proprie possibilità è sparito. O più semplicemente non vive più al di sopra delle proprie possibilità.
La natura è l’unica a trovare un appiglio all’abitudine. Tra i piccoli cumuli di spazzatura lasciati in attesa della pulizia all’alba, qualche topo inizia la lesta marcia tra i sacchetti, gli odori e le cose. Poi sono le volpi a correre invisibili tra le luci e le ombre. Solo alla fine i resti di pochi umani vagano trascinandosi trascinati dalla prima fame e dagli ultimi ricordi del cibo; scarti tra i rifiuti e ultimi tra le fila dei primi uomini del giorno. La catena alimentare s’interrompe alla luce dei mille soli riflessi dalle gelide vetrine. Tre, due uno, tre, due, uno. Il tempo è ora più frenetico e nelle orecchie risuona il ritmo serrato di una band di periferia. Ha lo slancio incosciente di chi non capisce di essere fastidioso di prima mattina e che proprio per questo motivo non si può non amare. I Clement Marfo and the Frontline sopraggiungono da Mitcham, che altri non è se non quella terra di mezzo tra la Londra che vive al di sopra delle proprie possibilità (Wandsworth, Wimbledon, Kingston) e quella che alle proprio possibilità non ha mai creduto. Loro invece ci credono tantissimo e va dato atto al loro essere ska, hip hop e rock ‘n’ roll di somigliare a tutto e niente. Come se la coscienza di un ibrido si sentisse tutta nobile d’un tratto. Indigesti all’alba, ma provateli un venerdì sera e faticherete a sbarazzarvene.
Io torno a immergermi nella prima mattina e scelgo scientemente di non nuocere a me stesso. La compagnia, d’altronde, è quella di Amelia Warner la quale, con solo voce e solo piano, riesce ad incantare nel freddo della caligine dell’alba. Il suo pseudonimo Slow Moving Millie lascia trapelare qualcosa ma non troppo. D’altronde la sua resa acustica dei classici synth-pop degli anni 80 non può passare inosservata ed è notizia di qualche settimana fa che una delle più grandi catene commerciali britanniche utilizzerà la smithiana “Please, Please, Please, Let Me Get What I Want”, riproposta dalla candida voce di Amelia, per i propri spot natalizi. Figlia d’arte (il padre, Alun Lewis, è un attore di vecchia fama), Slow Moving Mollie può risultare statica, poco propositiva. Ma è in tempi come questi che si torna a metodi di stampo conservatore. O no ? La tesi è confermata dai noiosissimi ma seguitissimi Worship. Piacciono. Non a noi. Ma piacciono. Non gliene faccio una colpa se il loro singolo “House Of Glass” (buon rock, buon packaging) ha venduto a tal punto da lasciar presagire un roseo futuro per il quartetto di Reading. Buon per loro. Perché piacciono. Non a noi. Ma piacciono.
Non è un caso se noi invece non vendiamo, se ci si ritrova seduti a guardare scoiattoli e volpi in una strada tra NW10 e NW2, se la notte passa senza che ce ne rendiamo conto. Se salutiamo lo spazzino e ci accorgiamo di consocerlo per nome. La compagnia, almeno quella, è invece eccellente. Siamo idealmente faccia a faccia con un duo di squilibrati: i 2 Bears. Belli da morire, infangano il brit pop con la purezza della house britannica vecchia maniera. Di nuovo gli anni 90, quindi, di nuovo quel sentore di deja-vu che attanaglia i cuori delle vecchie ragazze per stringerlo tra le nostalgie e le malinconiche serate in flanella e mollettoni. Gli ingredienti funzionano se si hanno più di 30 anni, mentre per tutti gli altri se ne sconsiglia l’ascolto. Discorso opposto per gli italianissimi Nosound dalla provincia inglese. Giancarlo Erra è un bravo ragazzo. Timido e gentile, non lascia che la sua leggerezza renda flebile una musica dai connotati che, al contrario, rimandano fortemente al primo David Sylvian e ad un progressive post-qualcosa che ben si addice ad un’epoca pre-recessiva. “The Northern Religion Of Things” è un album live nel vero senso della parola e racchiude in sé la cifra stilistica di Erra. Sbaglia chi non lo ascolta.
E’ tardi, ho sonno. Lascio che le note dei Daughter mi accompagnino lì dove faccio sempre più fatica ad arrivare. Spogliare la musica, darle la voce della giovanissima Tonra, lasciare che si dispieghi tra lo stereo e le lenzuola. Io le resisto. Volgo lo sguardo altrove e resisto. Il corpo è intorpidito, non sento più nulla. Ho sonno ma non dormo. Non dormo. Tre, due uno, tre, due, uno. Zero.
Alex Franquelli
2 months, 1 week ago