A.M., the @ Barfly (Londra, UK) 01/12/03

 fonte: musicboom.it
 

C’erano tutti. Impiegati e sfaccendati, artisti e individui soli e amari. Poi c’era il sapore della decadenza storica del rock e qualcosa di insoluto e strano – quasi un odore grigio e latente di fronte ai nostri occhi. E’ solo una sera ma per un momento mi sembra di rivivere la gioia e la depressione di qualcosa che non esiste piu’ su questa terra, quando bastava un sospiro per togliere il velo dalla memoria e darle nuovi motivi e nuove emozioni per cui sperare.
Ieri sera c’erano solo “gli altri” e non ne avrei voluto di diversi.
The AM sono una band che non doveva esistere. Non sarebbe mai “stata” se la morte non avesse strappato Jeff Buckley alla Terra e ne avesse fatto un qualunque defunto da compilation, un CD nello scaffale delle svendite o, cosa più aberrante ancora, un incompiuto agli occhi dei tanti, troppi, che non hanno mai saputo vederne l’amarezza nel cantato graffiante ma solo un giocoliere un po’ reietto e parecchio maledetto dal tempo, dalla vita e dalle donne.
 
Ieri sera comunque c’erano i suoi ex musicisti e compagni e le gemme del loro, bellissimo, omonimo debutto. C’era la rabbia mal sopita di If I Was The Sheriff a fare da intro, la musicalità sfuggevole di Utopia (forse l’unico brano adatto ad una programmazione radiofonica di medio livello).
Si inizia infatti con quest’ultima ed e’ la sensualità del singer Michael Tighe e la sua vocalita’ sospirata, pigra e così poco cantata ad infuocare le ritmiche di Parker Kindred e Andrew Wyatt; mentre la sala, con la sua piccola vita assortita, sparisce nel buio della strana capsula del Barfly e resta solo il fumo greve a nascondermi il palco tra i colpi del basso che mi arrivano dritti al petto e la fantasia di un brano come Changeling che dedicherei tranquillamente ad ogni giornata triste che ognuno di noi ha e ringrazia di poter vivere.
Il silenzio e il respiro crescono d’intensità con le prime note di It’s Pouring; intrise (dal vivo anche più che su disco) di intima paura di solitudini e pioggia (“It’s pouring and the rain is my lover”).
 
Un minuto di pausa, tre parole scambiate col resto del mondo e si ricomincia a vacillare nel buio. Ora sembra che tutto ruoti intorno ad una chitarra ed una voce – ma e’ solo un crocevia sonoro prima di tornare ad un flusso elettrico discreto con It’s Not For Me ed il suo vago sapore blues tagliato da un clima notturno ed intimista quasi fino alla metafora stessa di una canzone degli The A.M…
L’ormai celebre (per me lo e’: il loro CD non riesce ad uscire dal mio stereo) Spellbound con le sue progressioni e scale e suoni al limite della melodia più semplice e più viva - come non ti saresti mai aspettato ascoltando il resto dell’album – porta con sé un bagaglio di sofferenza e passione violenta e testarda come una voglia di luce.
Siamo verso la fine e non una parola di troppo, non un attimo per riprendere fiato o raccontarsi.
La musica ha il sopravvento su tutto e tutti noi. Isolation e la sua grinta nervosa, Chanay e la sua psichedelica cristallina e colorata di suoni, Deep City Diver e il suo ritorno ad immagini urbane poco allegre e, per questo, reali e vissute.
Mi torna in mente di nuovo la gente ora che il fumo si dirada, sparisce in alto e le scintille di luce appaiono di nuovo davanti ai miei occhi semi-chiusi dal calore e dal vapore grigio della notte.
Ringrazio e stringo la mano al gruppo, spingo me stesso tra la discreta folla e m’incammino via. “Let’s live it in the light ‘cause I only want to be happy”. E’ irreale la notte. A volte quasi quanto le parole.
 
Alex Franquelli
01/12/03
 
 
 
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